Bellezza e tempo
di Dominic Pettman
traduzione di Valentina Rapetti
Il seguente saggio è pubblicato integralmente da Calibano #9 – Il Trionfo del Tempo e del Disinganno
Secondo un antico proverbio la verità è figlia del tempo, ed è vero che solo il tempo può impartirci alcune lezioni. Per quanto persone più anziane e sagge di noi tentino di trasmetterci un buonsenso conquistato a caro prezzo, ogni loro consiglio cade inevitabilmente nel vuoto perché l’esperienza è l’unico vero maestro a cui prestiamo ascolto. Impariamo solo dai nostri errori e dalle nostre osservazioni dirette, o semplicemente dallo scorrere del tempo. Come osserva lo scrittore Ted Chiang, “l’esperienza è incomprimibile”.
Probabilmente i giovani umani sono le uniche creature sulla Terra consapevoli di dover invecchiare e morire, perché circondati da presagi di morte in carne e ossa: i loro simili anziani. Siamo intellettualmente consapevoli dell’evidenza della nostra mortalità, ma non la sentiamo davvero, non fin quando le prime rughe trasformano ciascuno di noi in un presagio di morte incarnato. C’è qualcosa nel nostro narcisismo, una sorta di sindrome da protagonismo, che ci convince di poter essere l’eccezione che conferma la regola; che forse, in fondo, potremmo essere noi Dorian Gray, senza dover stringere un patto col diavolo e nascondere un dipinto mostruoso in soffitta.
La giovinezza, che nell’oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Georg Friedrich Händel, così come nella nostra cultura, è sinonimo di bellezza, intrattiene un rapporto paradossale col tempo. Da un lato, i giovani dispongono di tempo in abbondanza, o almeno così ci sembra quando ripetiamo agli adolescenti che si affacciano all’età adulta che hanno tutta la vita davanti. Eppure, i giovani non vedono l’ora che il tempo si consumi, che si riveli come qualcosa di diverso dal suo mero scorrere, che non sia solo il nemico ammantato sotto le cupe spoglie della noia. I giovani desiderano che il tempo passi in fretta per accumulare le esperienze che rendono la vita degna di essere vissuta, e fenomeni come la FOMO (Fear of Missing Out), la paura di perdere opportunità esperienziali, hanno indubbiamente a che fare col tempo. Gioventù e bellezza sono, per chi le possiede entrambe, una forma fugace di eternità. I giovani dai volti levigati osservano il mondo da una bolla temporale sospesa, un lungo presente che tuttavia non li esenta dall’investire in modo cospicuo in skincare routine e altri rituali di bellezza finalizzati a prevenire il temuto avvento dell’invecchiamento. L’industria cosmetica, la chirurgia estetica e i filtri Instagram alimentano l’illusione di giovani e meno giovani che l’entropia non li riguardi e che i più scrupolosi rimarranno indenni, o quasi, all’urto del tempo.
Nel libretto de Il trionfo del Tempo e del Disinganno, scritto nel 1707 del cardinale Benedetto Pamphilj, la protagonista, Bellezza, è sorprendentemente consapevole che il suo aspetto non è altro che un dono temporaneo del cosmo:
Fido specchio, in te vagheggio
lo splendor degl’anni miei:
pur un dì mi cangerò.
Tu sarai sempre qual sei,
io qual sono, e in te mi veggio;
sempre bella non sarò.
Questa consapevolezza, tuttavia, è puramente concettuale, non sentita. Inoltre, l’autentica presa di coscienza dell’effetto corrosivo del tempo è ostacolata da Piacere, la figura seduttiva che distrae Bellezza dalla sgradevole verità facendo leva sulla vanità e su spinte edonistiche (“Io, che sono il Piacere, giuro, che sempre sarai bella”). Solo il lavorio paziente di Tempo e Disinganno riuscirà a svelare le insidie di Piacere e a vincere Bellezza, che per la maggior parte dell’oratorio si dibatte tra ostentata resistenza e un atteggiamento di sfida (“Si vedrò / se del Tempo i morsi alteri / san rapir lei mia beltà”).
La svolta morale arriva in un finale coerente con le allegorie edificanti del diciottesimo secolo e le aspettative del pubblico dell’epoca: la vera bellezza risiede nell’eternità dell’anima, e “a Piacer terreno / vero Piacer prevale”. Nonostante le lusinghe di un Piacere pagano e amorale, Bellezza rinuncerà all’appagamento superficiale e transitorio dei sensi e finirà col riporre la propria fede in una salvezza divina e senza tempo:
Tu del Ciel ministro eletto
non vedrai più nel mio petto
voglia infida, o vano ardor.
E se vissi ingrata a Dio,
tu custode dei cor mio
a lui porto il nuovo cor.
Come Sant’Agostino molto prima di lei, Bellezza vive un’esperienza profonda di conversione che la porta a rinunciare ai desideri terreni in vista di una ricompensa divina.
Esistono molti tipi di tempo, anche se gli orologi misurano solo quello moderno, ufficiale, scientifico. Tutti conduciamo vite scandite dalla fisica del tempo terrestre che, come intuito da Albert Einstein e dimostrato da complessi calcoli scientifici, differisce dal continuum spazio-temporale o, piuttosto, ne rappresenta una versione locale. Ma anche qui, sul nostro pianeta, il tempo assume forme diverse: secolare, sacro, geologico, vissuto, lineare, liminale, stagionale. E ancora: il tempo del mercato, della fabbrica, dell’ufficio, del gioco, il tempo analogico, digitale, festivo e così via. Anche chi non è mai stato in Giamaica o a Manhattan sa che il tempo isolano è diverso dalla frenesia newyorchese. Tutti sappiamo che il tempo può esplicarsi in modalità e declinazioni fenomenologiche differenti a seconda di dove ci troviamo, ad esempio nel letto di un amante o sulla poltrona del dentista.
I filosofi usano il termine ‘temporalità’ in riferimento a queste differenze percettive che si manifestano all’interno, o al di là, del “tempo vuoto e omogeneo” di cui parlava Walter Benjamin. Com’è noto, Marcel Proust dedicò gran parte della sua vita a registrare le digressioni, le aporie e gli scarti non lineari di un tempo mnemonico che l’io narrante dei suoi romanzi riconosce come più spirituale o metafisico del tempo neutro, biologico. Più recentemente, durante la pandemia, tutti abbiamo imparato quanto il tempo possa essere sconcertante, o quanto possa sembrarci estraneo se veniamo privati di una struttura temporale che diamo per scontata e che contribuisce a scandire il ritmo delle nostre giornate.
Tornando all’oratorio di Händel, il libretto mette a tema il conflitto tra tempo pagano e tempo cristiano. Nel cristianesimo, come nella maggior parte delle religioni monoteiste, il tempo contiene la promessa della salvezza o della pace eterna come ricompensa per la devozione. In questa forma sacra di temporalità, il cuore e lo sguardo dei fedeli sono proiettati verso il futuro, come acqua che scorre impetuosa verso una cascata. I pensieri e le azioni della vita terreste vengono valutati in funzione di questa promessa e l’esistenza dei fedeli si svolge in una dimensione di attesa, nella speranza di poter assistere a un evento futuro. Chi, invece, come il personaggio del Piacere, è animato da una sensibilità pagana, abita il qui e l’ora; non attende un momento salvifico in cui tutto sarà risolto e rivelato, ma vive secondo il ritmo ciclico delle stagioni, in un presente che si dispiega continuamente e che ama ripetere sé stesso più di ogni altra cosa. Si pensi al concetto circolare dell’eterno ritorno di Friedrich Nietzsche, un pensatore che ha espresso una visione profondamente pagana del tempo.
Il tempo cristiano è orientato all’attesa paziente di una ricompensa futura chiamata Paradiso, un regno spirituale al di sopra delle leggi della termodinamica, popolato da angeli che di certo non hanno bisogno di iniezioni di Botox. Per l’anima religiosa il tempo terreno è necessariamente profano, qualcosa che bisogna sopportare. Anche i pagani, ovviamente, hanno sempre saputo che il tempo porta al decadimento fisico. Tempus fugit. I greci identificarono il tempo nel Titano Crono, mentre i romani lo elevarono a una figura divina, Saturno, che Francisco Goya raffigurò in un celebre dipinto nell’atto di divorare uno dei propri figli, una potente allegoria del modo in cui il tempo dà e toglie simultaneamente. In effetti, c’è qualcosa di autofagico nello scorrere del tempo, una sorta di cannibalismo autoinflitto. Quanta energia e quanti sforzi per generare un mondo pieno di creature che nel momento stesso in cui nascono varcano la soglia della morte! Non sorprende che la promessa d’eternità propria delle religioni monoteiste abbia risuonato tanto profondamente in noi mortali, e che i pagani abbiano individuato nella costante cosmica del cambiamento una certezza a cui aggrapparsi per attraversare il moto incessante del tempo, il suo andare e venire, fiorire e appassire. Paradossalmente, c’è qualcosa di rassicurante nell’adagio tutto passa, poiché nell’impermanenza ogni fenomeno trova sempre nuovi modi di manifestarsi.
Se, ad esempio, Il trionfo di Händel fosse stato scritto cento anni più tardi, nel 1807 anziché nel 1707, un librettista romantico, animato dalla sensibilità neopagana dell’epoca, avrebbe sovvertito la morale dell’opera. Bellezza sarebbe stata un’eroina, l’incarnazione di un’eternità ammaliante, giacché la bellezza sonora creata da Händel più di trecento anni fa riesce ancora a incantarci l’anima. In questa versione alternativa, Tempo sarebbe il personaggio problematico; non più manifestazione dell’eterno, ma figura inevitabilmente legata alla finitudine. E se questo fantomatico librettista romantico fosse stato un epicureo, o un seguace di Charles Fourier, ipotesi tutt’altro che improbabili, Piacere avrebbe avuto tanto da insegnarci quanto Disinganno o Verità. Il piacere, infatti, può esortarci a vivere il presente in modi estranei o perfino contrari alla religione e alla morale del tempo, e aprirci a esperienze in grado di generare una certa saggezza. Un piacere autentico, consapevole, profondo e sì, perfino sensuale, può costituire una forma di resistenza a sistemi sociali fondati sull’eterno posticipo della ricompensa. Soprattutto se condiviso e amplificato, il piacere può portare a una gioia immanente dell’essere, una forma di eternità fugace che si contrappone all’orientamento asintotico della disciplina, dell’austerità, dell’ascesi e di altre privazioni di matrice religiosa.
Le opere che chiamiamo senza tempo, come questo oratorio che Händel ha rimaneggiato più volte, sono tali non tanto perché trasmettono una verità eterna e universale, ma perché ci spingono a guardare la nostra epoca sotto una nuova luce temporale. Per questo Nietzsche, che ha prodotto alcune tra le riflessioni più originali sul tempo, più che il contemporaneo apprezzava l’inattuale. Le opere d’arte durature non sono atemporali, ma capaci di attraversare il flusso della storia. “Il tempo è fuor di sesto”, diceva Amleto. Ne Il trionfo, Händel non si limita a mettere in scena un dramma morale sulla bellezza e sul tempo, ma mette a tema anche un conflitto tra regimi temporali divergenti che richiama in modo inquietante il nostro presente frammentato e la nostra rimozione del piacere.
L’oratorio di Händel fu composto e rappresentato per la prima volta all’apice dell’Illuminismo, la cosiddetta età della ragione. Gli storici più acuti hanno notato che, nonostante i progressi scientifici e la simultanea fioritura del pensiero secolare, quest’epoca presenta tratti sorprendentemente analoghi al religiosissimo Medioevo. Se, da una parte, l’autorità di Dio e della Chiesa vennero minate da scoperte straordinarie e nuovi metodi d’indagine, dall’altra rimase intatta una fede profonda nella salvezza o in una rivelazione futura. Il Regno dei Cieli si avvicinò lentamente alla Terra, divenne qualcosa di meno etereo e più razionale e prese il nome di Spirito, Democrazia, o Teoria della Grande Unificazione. Gli esseri umani continuarono a progredire verso un obiettivo comune, non più sospinti da una figura paterna nascosta nell’alto dei cieli, ma dalla mano invisibile del mercato. La fede dell’umanità nel proprio cammino verso l’illuminazione conservava in ogni caso qualcosa di messianico. Il bene dipendeva ancora dalla disciplina e da un’attenzione quasi monastica alla parola, non più quella di Dio o dei suoi messaggeri, ma quella degli esperti: medici, politici, architetti, scienziati e altre autorità civili che sostituirono in modo graduale e inesorabile i sacerdoti.
In realtà, questo cambiamento paradigmatico non fu affatto netto e assoluto come vorrebbe la grande narrazione dell’Illuminismo, sebbene sia innegabile che durante il Settecento e l’Ottocento il tempo secolare soppiantò gradualmente quello sacro. Per molti grandi dell’epoca di Händel, una devozione fervente non impediva un impegno altrettanto fervido a sostegno dei valori umanistici. Ci fu un lungo periodo di transizione in cui personaggi di rilievo non erano affatto tenuti a schierarsi nelle fazioni contrapposte dei credenti e degli atei, né ci si aspettava che lo facessero. Il cardinale Pamphilj, librettista dell’opera di Händel, si muoveva nei ranghi più alti della Chiesa Cattolica. Era prima di tutto un prelato incaricato di guidare le anime verso l’unico vero Dio. Tuttavia, era anche un grande mecenate che cercava di instillare l’etica e i valori cristiani attraverso la musica, la pittura e la scrittura. Oltre a quello de Il trionfo di Händel, scrisse anche libretti per Domenico Scarlatti, Arcangelo Corelli e altri celebri compositori dell’epoca. Figura chiave nella diffusione della pittura fiamminga a Roma, che considerava veicolo privilegiato di contemplazione estetica, fu anche membro dell’Accademia dell’Arcadia, prototipo delle accademie umanistiche che di lì a poco avrebbero eletto la letteratura e la filosofia a surrogati delle Sacre Scritture.
Oggi possiamo solo immaginare come fosse vivere in quel tempo di straordinarie scoperte geografiche, scientifiche ed estetiche, un’epoca in cui il nuovo era all’ordine del giorno e il progresso rappresentava una certezza per gli uomini privilegiati e potenti dell’Europa occidentale. Questo moto della storia che sembrava inarrestabile raggiunse la massima accelerazione nell’età vittoriana, ma già all’inizio del Novecento e poi durante la Prima guerra mondiale le grandi ruote di ferro della modernità industrializzata si staccarono dalla locomotiva in corsa, e da allora non ci siamo più ripresi. Oggi non ci è più possibile professare una fede ingenua nel tempo storico, in un movimento lineare e collettivo verso Cose Migliori, nonostante tutto il denaro profuso dalla Silicon Valley nel tentativo di convincerci a investire di nuovo in questa mitologia.
Il tempo, insomma, non è più quello di una volta. Anziché sentirci parte di un progetto condiviso, vitale e umano, a cui ognuno potrebbe dare un contributo, per quanto modesto, ci ritroviamo isolati sulle nostre zattere temporali, come orsi polari alla deriva su una minuscola banchisa che si è staccata dalla terraferma.
Cosa fare se il tempo non è più una risorsa culturale condivisa? Come trascorrere le nostre giornate ora che non fanno più parte di un bene temporale comune, ma sembrano dispensate nell’ambito di una procedura asettica, come fossero buoni pasto aziendali?
Una risposta è cedere alla nostalgia. Oggi le piattaforme streaming sono piene di canzoni e serie TV che pur essendo state create di recente suonano o appaiono come prodotti del 2004 o del 1994. Assistiamo a un eccesso di storie che immortalano gli anni Ottanta, il decennio precedente alla nascita della maggior parte degli spettatori che le guardano con assiduità, ai quali viene offerta un’esperienza vicaria di quell’epoca attraverso significanti fittizi (Sony Walkman! Scaldamuscoli! Lacca per capelli!). E sebbene molti intellettuali sostengano che la tanto sbandierata “fine della storia” sia stata annunciata troppo presto, a livello viscerale tutti capiamo perché il critico culturale Mark Fisher parli di “lenta cancellazione del futuro”. Qualsiasi promessa di un domani radioso, che sia il dono di Dio, del prossimo o della tecnologia, appare sempre meno credibile. Temiamo piuttosto di restare intrappolati in un’inquietante galleria degli specchi digitale fatta di paccottiglia generata dall’intelligenza artificiale, messaggi spam, selfie e contenuti pornografici, talvolta somministrati simultaneamente.
Il tempo digitale ci ha trasformati tutti in adolescenti, storditi da un cocktail tossico di noia e iperstimolazione. Doomscrolling è il nome che abbiamo dato all’abitudine malsana e paradossale di tuffarci a capofitto negli schermi per sottrarci al ritmo impietoso di un “tempo macchina” che riduce l’attenzione e inquina l’anima. Come aveva intuito il filosofo tedesco Martin Heidegger, temiamo la noia perché ci espone in modo quasi insopportabile alla realtà dell’Essere. Ormai ascoltiamo podcast e guardiamo video su YouTube a velocità doppia perché fare qualsiasi cosa in tempo reale è diventato una prova di resistenza. Chiediamo a ChatGPT di leggere articoli al posto nostro, perché vogliamo risparmiare tempo per… per cosa, esattamente? Intanto il tempo, come l’isola di plastica del Pacifico, continua ad accumularsi attorno a noi. Oggi tutti scorriamo continuamente i feed postati dai discendenti e dalle discendenti della Bellezza händeliana nell’eterno presente di TikTok. Nel limbo superficiale e narcisistico dei social media, perfino la nostra percezione del sé inizia a dissolversi.
Il nostro problema non è avere troppo tempo, o non averne abbastanza. Nonostante la sensazione costante di oscillare tra questi due poli, il punto è che abitiamo un tempo senza forma. Viviamo in balia di un’attesa indefinita, senza mai approdare a un autentico senso di compimento. Come notava Theodor Adorno già a metà del Novecento, ci viene chiesto di accontentarci del menù senza mai godere del pasto. L’esistenza ci appare ripetitiva e monotona, priva dei rituali che un tempo scandivano una vita sociale condivisa. Il nostro senso comune del tempo si è ridotto all’attesa delle nuove uscite su Netflix e alle scadenze arbitrarie di una vita lavorativa da freelance. Trascinati in un’accelerazione generalizzata, priva di una direzione chiara o di un obiettivo comune, abbiamo smarrito il senso della durata e della densità proprie di una temporalità significativa.
Cosa avrebbero pensato Händel o il cardinale Pamphilj di questa deriva disorientante di temi classici? Che ne è dell’allegoria de Il Trionfo in un’epoca in cui la Bellezza spesso viene generata da un computer anziché riflettersi in uno specchio, il Tempo è declinato nello spazio di uno schermo, il Piacere è esperito in microscariche di dopamina e il Disinganno e la Verità sembrano averci completamente abbandonato in una nebbia fitta di fake news? E quali analogie, per quanto esili, possiamo rintracciare tra Il Trionfo di Händel e il nostro malessere contemporaneo?
Un’ultima forma di tempo importante da menzionare in questo contesto è, ovviamente, quella musicale. Fin dagli albori dell’umanità abbiamo levato le nostre voci e percosso pelli di animale per accogliere le nuove stagioni e celebrare momenti significativi. Per millenni, fino all’avvento recentissimo delle tecnologie di registrazione, la musica ha scandito il ritmo delle nostre vite in esecuzioni che avvenivano necessariamente dal vivo e di cui i musicisti controllavano tempo e durata. Man mano che la musica è diventata un’arte più strutturata, i compositori hanno potuto modulare l’esperienza dell’ascoltatore impiegando un’ampia gamma di tecniche e giocando con la temporalità delle texture sonore, dal passo languido dell’adagio a quello sostenuto dell’andante, fino alla rapidità del prestissimo e del rubato. Il tempo è un aspetto talmente cruciale dell’esperienza musicale che Henri Bergson, uno dei massimi teorici del campo, usò la metafora seguente per spiegare la fluidità temporale: come in una melodia ogni nota suona sempre insieme alla precedente, nel tempo ogni istante contiene quello appena passato. In termini più prosaici, la musica segna e scandisce la nostra esistenza. Tutti associamo l’infanzia a certe canzoni, l’adolescenza ad altre e i riti di passaggio successivi a gruppi, album o motivi specifici. Per dirla con Proust, una sonata come quella composta da Vinteuil in La ricerca del tempo perduto ha la stessa capacità di un sapore o di un profumo a lungo dimenticato di attivare la memoria involontaria. La musica come madeleine uditiva, ma anche come forma di resistenza all’urto del tempo, perché quando siamo rapiti da un motivo musicale veniamo liberati dalla tirannia di Crono e, per citare il titolo di un film recente, possiamo essere Everything, Everywhere, All at Once, vale a dire tutto e ovunque simultaneamente.
Possiamo solo immaginare cos’abbia provato Händel ascoltando la prima esecuzione londinese di una versione rivista del suo oratorio, cinquant’anni dopo il debutto romano. Per lui, Il Trionfo è stato un’opera in perpetuo divenire, che a ogni revisione si avvicinava sempre di più a una perfezione consona ai temi della verità e della saggezza. Ed è in questo slancio continuo verso la precisione musicale che possiamo scorgere una contraddizione alla morale dell’opera. Forse, infatti, la Bellezza può attraversare archi di tempo lunghissimi, muovendosi delicatamente dalle corde vibranti di un violino o di un soprano a quelle di un altro. La musica come macchina del tempo.
Che la Bellezza svanisca in fretta, come vorrebbe il libretto, o che attraversi le epoche, come attesta la longevità dell’oratorio händeliano, vale comunque la pena riflettere su una provocazione della scrittrice statunitense Kathe Koja, che nel romanzo Dark Matter (2025), forse pensando alla musica delle sfere, scrive: “La musica esisteva prima di ogni altra cosa… persino prima del tempo”. In effetti, impariamo a costruire la nostra soggettività attraverso il suono, e in particolare attraverso la musica e il canto. Pensando alle origini soniche del nostro sé, viene da chiedersi quali tracce lasci impresse nella cartografia della nostra anima la prima ninnananna che ascoltiamo. Cosa significherebbe vivere il tempo musicalmente? È possibile riscoprire un piacere autentico vivendo l’ascolto musicale come pratica appagante, anziché come distrazione o esercizio narcisistico? E infine, la musica e l’arte in generale possono offrire un rifugio dalle miserie del tempo neoliberale, o insegnarci a percepire e a vivere il tempo come dimensione rigenerante anziché estenuante?
Dominic Pettman insegna Media e New Humanities alla New School University di New York, dopo aver lavorato presso le università di Melbourne, Ginevra e Amsterdam. La sua originale riflessione intreccia diversi filoni di ricerca, dalla teoria dei nuovi media all’ecologia dell’attenzione, dalle filosofie del desiderio agli studi sugli animali. In Italia ha pubblicato Ecologia erotica. Sesso, libido e collasso del desiderio, Tlon 2023.
Calibano – L’opera e il mondo è la rivista del Teatro dell’Opera di Roma. Nata come spazio di approfondimento e di dibattito intorno a temi di attualità sollevati a partire dagli spettacoli in cartellone e realizzata in collaborazione con la casa editrice effequ, il progetto editoriale prevede, tre volte l’anno, la pubblicazione e la diffusione nelle librerie italiane di un volume monografico dedicato a un titolo d’opera e a un tema ad esso collegato, attraverso la commissione di saggi, racconti e recensioni di firme autorevoli. In questo nono numero, la rivista riflette sul Tempo a partire da Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Haendel.
Potete acquistare “Calibano” sul sito di effequ a questo link, in libreria e presso lo shop del Teatro dell’Opera di Roma.
Le immagini che trovate in questo numero sono opere di Nicola Samorì, cortesemente concesse dall’artista a illustrazione di una tematica a lui vicina come quella del tempo.













