La treccia

La treccia

 

Di Michael Frank

 

traduzione di Silvia Costantino 

 

Il seguente racconto è pubblicato integralmente da Calibano #9 – Il Trionfo del Tempo e del Disinganno

 

PER BOX RIASSUNTO: Il racconto inedito di Michael Frank per il nono numero di Calibano riflette sul rapporto tra tempo passato e bellezza. 

 

«Nessuno può prepararti davvero alla vecchiaia, Mike, nessuno».

Questa è Merona, mia madre, a sei mesi dal compimento dei novant’anni. Sono quasi dieci anni ormai che osserva il suo corpo trasformarsi, decadere.

Siamo seduti al piano di sopra della casa in cui sono cresciuto, a Laurel Canyon. È un freddo sabato di marzo, e lei ha in mente qualcosa.

Ha a che vedere con la casa. È impensierita, non tanto per il destino della casa in sé, che è più un rovello di mio padre, ma il suo contenuto, e non quello ovvio, mobili e quadri e via dicendo; no, quello che la preoccupa è tutta la roba che si è accumulata in soffitta, proprio di fronte alla sala in cui siamo seduti, e quella in una seconda soffitta dall’altra parte della casa, e tra le due ci sono numerosi armadi, e madie, e cassettiere. Nel corso dei sei decenni che ha vissuto qui, mia madre ha continuato a nutrire questi spazi con lettere, disegni, quaderni, taccuini, fotografie, diari, ricordini e souvenir,  alcuni dei quali mi sono familiari e molti altri no, un archivio – se si può chiamare archivio qualcosa di tanto caotico e disordinato – delle nostre vite e delle vite venute prima delle nostre, così lei e io abbiamo deciso, a partire da questa visita e proseguendo ogni volta che sarei passato a trovarla da Los Angeles, di affrontare una scatola, un cassetto, un oggetto alla volta.

E così: abbiamo sistemato un tavolo sopra le scale, sotto alla finestra, con penne, cartelline, graffette. Ai nostri piedi ci aspettano diverse scatole vuote e buste nere della spazzatura. Anche io aspetto. Merona, invece, esita. Esita, e pensa.

 

“Seppelliamo più volte i genitori nelle nostre teste”. Tempo dopo, quando in un romanzo di Georgi Gospodinov mi sono imbattuto in questa osservazione, ho ben compreso l’esperienza vissuta dal narratore, perché da quando i miei genitori hanno toccato gli ottanta, e poi i tardi ottanta, ho iniziato a viverla io stesso, e a lungo mi ha tolto la pace. Ma ce n’è una versione diversa, quella di Merona, che recita qualcosa come “seppelliamo più volte la nostra famiglia nelle nostre teste”. La nostra famiglia? Mia madre. Sempre più frequentemente, invecchiando, mia madre ha anticipato, si è riferita, ha persino scherzato sulla sua morte, come se esprimere a parole questa inevitabilità servisse ad avvertirla più – no, meno. Meno sopraffacente, meno sconvolgente. Per lei, per me, per tutti noi.

Non sono così convinto che funzioni, per lei, per me, per nessuno di noi.

 

Dopo un attimo fa un gesto verso la soffitta. «Prendi una scatola a caso» dice. «Scelta del banco».

In soffitta pesco una scatola con su scritto “Syl” – Sylvia, la madre di mia madre – e la porto nella stanza in cui mia madre guarda fuori dalla finestra, fissando le vallate verdeggianti.

«Ah, vedo che hai deciso di partire da qualcosa di tran-quil-lo» commenta, sillabando proprio in questa maniera.

Spazzo via il velo di polvere appiccicato alla superficie della scatola, poi rimuovo il coperchio. In cima a una scatola piena di carte c’è un oggetto sconvolgente: una spessa treccia di capelli castani, lunga circa trenta centimetri, forse di più, legata a un capo da un nastro o da quel che ne rimane, l’altro capo mostra segni di essere stato tagliato via rozzamente dalla testa di qualcuno.

Non di qualcuno. Di Sylvia. Mia nonna. È uno degli oggetti più strani, più sconcertanti in cui mi sia mai imbattuto. Questa treccia, che un tempo cresceva sulla testa della donna che, nella mia infanzia, mi era più vicina di chiunque a parte mia madre, mi colpisce in maniera quasi elettrica. Così esito, ho letteralmente paura di toccarla. 

Ma non mia madre. Lei raccoglie la treccia e la espone alla luce. Le sfumature rossicce e castane hanno mantenuto il colore, e quasi scintillano, come se i capelli potessero ancora crescere, come se fossero ancora attaccati alla testa di mia nonna, che l’ha tagliata via, mi dice mia madre facendo i calcoli, più di un secolo fa.

Sono calcoli imperfetti. Sylvia si è tagliata la treccia a un certo punto del 1914, intorno al periodo in cui ha lasciato Safed, il posto in cui è nata, in quella che ancora era la Palestina, per andare in Canada, quando all’età di sedici anni – forse sedici anni – era stata mandata a lavorare come insegnante di ebraico per non far morire di fame la sua famiglia, o forse in uno degli anni a seguire, prima di venire in America e iniziare ancora un’altra vita, quella di giovane donna sposata al mio bisnonno.

Faccio del mio meglio per immaginare la nonna come una giovane di (forse) sedici anni che si spazzola e poi intreccia i capelli per l’ultima volta, legandoli alla base e alla punta, che si esaurisce in una trecciolina, e poi prende un paio di forbici da sarta, tende bene la treccia e la recide dalla parte più folta.

«Perché?» chiedo a mia madre.

Lei scuote il capo. «Vorrei sapertelo dire».

«Ha conservato la treccia e te l’ha data, ma non ti ha mai detto quale significato avesse per lei?»

Merona annuisce. «È l’unica cosa, a parte qualche fotografia, che ha conservato dalla sua giovinezza» dice. «Ha avuto un’infanzia dura, la sua vita non ha avuto un avvio semplice. Non so dire quanto fosse felice».

«Ed essere infelici porta a tagliarsi i capelli? A castrare, o… alterare sé stessa?»

«L’impotenza a volte ti impone di capire come esprimerti in maniere inattese».

«E cosa voleva dire, allora?»

Mia madre sostiene di non saperlo. Ma probabilmente, conoscendo Merona, probabilmente non me lo vuole dire, non ancora.

«Ecco» dice mia madre, gli occhi velati da molteplici sentimenti «voglio che la abbia tu adesso».

La treccia, riscaldata dalla sua mano, è ancora tiepida quando la posa sulla mia.

 

*

 

Una volta finito per quel pomeriggio, avvolgo la treccia in uno strappo di carta da cucina e la porto al piano di sotto, la poso sulla valigia.

E poi sto lì e la fisso. La fisso e ci penso. Penso a cosa significhi poter avere un pezzo di mia nonna, del suo corpo, tra le mie mani, così tanti anni dopo la sua morte. Penso ai reliquiari cattolici che ho visitato in Europa nel corso degli anni, frequentemente in Italia, contenitori adorni, indorati, spesso ingemmati, che conservavano reliquie false o reali di santi: capelli, sì, ma anche ossa, frammenti di vestiti, persino di pelle. Penso ai gioielli da lutto d’epoca georgiana o vittoriana, anelli o lucchetti che racchiudevano strette treccine della persona amata ormai defunta, che le donne in lutto, tipicamente le donne, tendevano a indossare per il resto delle loro vite. Cosa, mi domando, dovrei farne io della treccia? Metterla in un reliquiario (ovviamente non cattolico)? Tagliarne una ciocca e incastonarla in un anello? Conservarla in un’altra scatola, in un’altra soffitta o (visto dove vivo, a New York City), su uno scaffale alto di un armadio che apro raramente in modo che, quando sarò vicino all’età di mia madre, potrò passarlo a mia figlia… e per dirle cosa, quando lo farò?

Forse una domanda migliore potrebbe essere: cosa farà a me, questa treccia?

 

La prima cosa che fa è spedirmi in un portale temporale.

Quella sera, mentre scivolo nel sonno, vedo Sylvia, o la evoco, o forse è la treccia a evocarla. Torna da me più vividamente di tutti questi anni, a parte forse nei sogni.

All’inizio la vedo nel suo letto, nell’appartamento su Ogden Drive, poco più in basso rispetto a noi, fuori dall’Hollywood Boulevard.

Sylvia è a letto, e una donna di nome Zora Bishop, assunta di recente per prendersi cura di lei, la sta mettendo comoda. È malata. Nessuno ci ha spiegato di cosa, perché, anche se ho già tredici anni, a quei tempi nessuno in famiglia parla di malattia, proprio come in quei giorni nessuno parla mai di, né usa le parole, morire, o morte.

Qualsiasi cosa stia succedendo a Sylvia le ha risucchiato le energie per mettersi a sedere da sola. Mentre Zora armeggia col corpo di mia nonna, inavvertitamente le scioglie i capelli, che si srotolano e si riversano ai lati della sua testa. Per un istante sembra una ragazzina. Lei mi lancia un goffo sorriso tutto denti, forse perché la imbarazza essere vista così scarmigliata; forse perché, con i capelli sciolti, si sente priva di protezione.

Decenni dopo essersi tagliata la treccia, Sylvia è tornata a farsi allungare i capelli. A quel punto, erano diventati bianchi. Al tempo era una donna sposata, poi una madre. Per tutta la vita a seguire ha tenuto i capelli avvolti in una crocchia fissata da una spilla sulla nuca, una spilla nascosta, come tante parti di lei, come quasi tutta la sua storia. Nei quattordici anni in cui l’ho conosciuta, soltanto una volta l’ho vista coi capelli sciolti.

 

Il corpo di mia nonna trasmette informazioni, come segnali radio da una terra lontana. Non quel giorno con Zora Bishop, ma un giorno precedente, mi intrufolo nella sua stanza mentre lei si sta vestendo. Sylvia è in piedi, autonoma. Ho sei, forse sette anni, e i miei occhi sfrecciano verso il suo petto, dove c’è qualcosa di diverso, di irregolare. Ho visto il seno di mia madre, la sua forma, è rotondo sotto i vestiti e i costumi da bagno. Quello della nonna non è come quello di mia madre. È piatto, attraversato da due linee leggermente increspate, due frecce che puntano in direzione opposta.

Sylvia si accorge che la fisso. Esita, poi prende il reggiseno, imbottito di fazzolettini. Siamo entrambi riflessi nello specchio davanti a lei, e lei distoglie lo sguardo.

«Ricresceranno?» Le domando mentre lei si sistema una spallina.

Lei aspira un fischio leggero, trattiene il fiato.

«No» risponde. «Non ricrescono».

Quando si è del tutto abbottonata la camicia, si volta verso di me e dice, cauta: «Va tutto bene. Sto bene. Non c’è bisogno che ti preoccupi per me, Michelah».

Io mi preoccupo continuamente per lei, anche se, essendo un bambino, non uso la parola ‘preoccupazione’. Non sono nemmeno consapevole del concetto. Preoccupazione va insieme con Sylvia. Preoccupazione e cautela vanno insieme.

 

In una famiglia di scrittori, oratori, predicatori e interpreti, Sylvia è maestra di prudenza, specializzata nell’implicito, nel suggerito, nell’indiretto. La sua abilità nel condurre la vita familiare mi è stata da modello durante le mie numerose difficoltà scolastiche. In quanto figlio in prestito, o sostituto, di mio zio e mia zia privi di figli propri, che sono sceneggiatori, ho abitudini e interessi che mi rendono, be’, diverso. Cresco guardando film come Quarto potere, Viale del tramonto e Zia Mame, e tutto Astaire e Rogers. Porto sempre con me un taccuino per gli schizzi e un astuccio con il mio personale set di matite colorate, sempre ben appuntate. Leggo, o provo a leggere, i romanzi di Dickens e di Austen. Talvolta mi porto dietro un librone sulla pittura del Rinascimento, che viene preso a calci per tutto il cortile di scuola come un pallone. Anche io vengo preso a calci per il cortile, o semplicemente preso a calci, sulle ginocchia, sugli stinchi, sul sedere.

Imparo a non intrecciare mai lo sguardo con i bulli, o con nessuno. Porto pantaloni lunghi anche d’estate, per nascondermi. Dico a mia madre che penso che le mie gambe abbiano un aspetto strano. Non voglio che lei o mio padre sappiano cosa mi succede a scuola. Il modus operandi di Merona in quel periodo della sua vita è “Non agitiamo le acque”, uno strascico residuo della sua infanzia, pubblica e spesso spiacevole, di figlia di rabbino. In qualche modo io percepisco, e vivo, quel motto come “non vogliamo problemi”.

Quando dormo nell’appartamento della nonna, faccio del mio meglio perché Sylvia non mi veda vestirmi, come io avevo visto lei anni prima. Ma un giorno lei entra in camera mentre mi sto infilando i jeans, e lancia un’occhiata alle mie gambe. Non dice niente. Più tardi mi chiede se voglio una grattatina alla schiena, e io rispondo di sì. Diventa un rituale tra noi, prima che io mi metta a letto. Sylvia si siede dietro di me, infila le mani sotto alla maglietta, e con il più delicato dei tocchi mi gratta la schiena, addolcendo un dolore che non può conoscere appieno.

 

*

 

Il mio cervello si attiva in un modo diverso. Mi rendo conto di quanto poco conosco della donna che è stata così generosa del suo tempo e affetto e amore, e inizio a farle domande sulla sua infanzia a Safed. Non sono esattamente domande sbagliate, ma senz’altro non sono le migliori per il me futuro, che vorrà, bramerà, sapere molto di più.

Mi ossessiona il pensiero che mia nonna non sappia esattamente quanti anni ha. Al tempo e nell’ambiente in cui sono cresciute Sylvia e le sue sorelle la nascita di una figlia, che essendo femmina non poteva studiare il Talmud, non era considerato un evento significativo, di cui tenere traccia, così le figlie potevano soltanto fare del proprio meglio per indovinare la propria età. Questo rendeva Sylvia un personaggio uscito da una fiaba.

«Ma, nonna, dovrai pure averne un’idea» le dico un fine settimana che dormo da lei.

Lei scuote la testa. «So soltanto di essere nata attorno a Pesach».

«Ma quello è un momento dell’anno, non l’anno specifico».

«Nessuno di noi sapeva la propria età, Michelah».

«E tu eri la maggiore?»

«La seconda. Prima veniva Rifka».

«Rifka, Sylvia, Edith…»

«A volte mi chiamavano Shifra. È Sylvia in Yiddish».

«Rifka, Sylvia o Shifra in Yiddish, Edith…»

«Rifka, io, Edith, Selma, Leah, Rachel e la piccola Betty».

Ripeto con lei. E così imparo.

«Sette in tutto».

«E nessuna sapeva…»

«Nessuna sapeva. Nessuna di noi. Potrei avere duecento anni».

«Nonna, sei splendida per avere due secoli!»

Lei sorride. Probabilmente, nella realtà, ha settanta, settantadue anni. Non è splendida, né si porta bene i suoi settanta o settantadue anni. Non sembra sana. E questa è un’altra, forse la più grande, fonte delle mie preoccupazioni.

Silvia conosce i fatti di base, come i nomi. Ma oltre a quello: poco altro. Che vita avesse da bambina, come fosse la sua infanzia: nulla. Quasi nulla.

L’unica cosa che fa è aiutarmi a disegnare un albero genealogico. Ci sediamo al tavolo da pranzo rotondo e facciamo una mappa delle sette sorelle, dei loro mariti e dei loro figli. Sylvia è fiera che questa rete di connessioni continui a esistere nonostante tutto. Quando finisco la bozza, lei la ripercorre per controllare che sia tutto corretto.

«Hai messo Rachel e Betty a vivere nei posti sbagliati. Betty vive a Sacramento. È Rachel che sta nel New Jersey».

Cancello Sacramento e New Jersey con la mia gomma Pink Paper e li riscrivo ai posti giusti. Il foglio si increspa.

«Rachel ha dato il nome a tua madre».

«Dal Monte Meron, vicino a dove siete cresciute». Questo lo so perché me lo ha detto mia madre. Mi ha detto che non ha mai conosciuto nessuno con il suo nome, da nessuna parte. E che quando era piccola odiava quel nome, perché la bollava come diversa, spesso era l’unica ebrea della sua classe. La straniera. Ma adesso ama il proprio nome. O, almeno, lo apprezza.

«La conoscevo appena, Betty, quando era giovane. Sono partita per il Canada poco dopo la sua nascita. Sono partita per lavorare». Fa una pausa. «I miei genitori erano molto poveri, sai? Avevano bisogno del mio aiuto».

E poi mi racconta una storia. Risulterà poi essere una delle pochissime storie che mai mi racconterà sulla sua infanzia a Safed, e si incide a fuoco nella mia mente. Ha a che vedere con sua sorella Leah, la terzultima, una ragazzina fragile che alla fine viene colpita dalla poliomielite e rimane claudicante. Leah era sottile e denutrita, come tutte le sorelle a turno, ma nel suo caso la malnutrizione metteva in serio pericolo la sua sopravvivenza. Quando Malka, loro madre, portò Leah da un dottore, lui disse che era necessario fortificare la ragazzina a tutti i costi. Raccomandò che Malka introducesse più grassi nella loro dieta, e come soluzione propose il burro. Siccome Malka non aveva soldi a sufficienza per dare il burro a tutte le figlie, escogitò quello che riteneva un trucchetto geniale: imburrava la parte di sotto del pane di Leah, in modo che nessun’altra se ne accorgesse. E funzionò per giorni, settimane. Leah si irrobustì, Malka riprese a respirare. Ma un mattino a Leah cadde il pane, che atterrò sul tavolo dal lato imburrato.

«A quel tempo Rifka era ormai sposata e fuori casa, ma le altre… le altre impazzirono» mi racconta mia nonna. «Ho provato a calmarle, ma non era facile spiegare loro la situazione. E poi, sai, Michelah» aggiunge piano «anche io avevo fame».

Chiedo a Sylvia quanti anni avesse quando è successo. «Forse quindici, forse sedici. Subito dopo Leah e io siamo partite per il Canada. Lei aveva più o meno due anni meno di me. Ed eravamo del tutto sole».

Le domande che non faccio a Sylvia potrebbero iniziare qui: come ti sei sentita, a lasciare la scuola – e la famiglia, e la casa – per andare a lavorare in un Paese straniero all’età di forse sedici anni, o, nel caso di Edith, forse quattordici, ovvero poco più di un anno della mia età al momento di quella conversazione. E di vivere lì del tutto sole, senza soldi a parte quelli guadagnati e senza genitori, senza adulti a nutrirti e a prendersi cura di te, o a cui rivolgersi, o che ti proteggessero se qualcosa andava storto.

Sylvia riporta parte delle risposte a quelle domande nel modo in cui esiste nel mondo. Si spaventa facilmente. Teme per la sua salute. Ha paura, e si preoccupa, per i suoi figli e nipoti e per la loro salute. Ha paura di non avere abbastanza denaro (non è così: la donna che un tempo sosteneva la sua famiglia di origine è adesso sostenuta dalla famiglia che ha creato). Si vergogna, anche, del suo accento, della sua grafia, del suo inglese: quando rientro da un viaggio nel Pacifico nordoccidentale con i miei genitori, l’estate successiva, mi spiega che non ha risposto alle mie lettere perché temeva di non scriverle sufficientemente bene. E anche se è una bellissima donna, con un naso elegante e zigomi morbidi, e quella chioma lussureggiante che tiene nascosta, si vergogna, o è scontenta, del suo aspetto: per la maggior parte della sua vita si è cancellata dai ritratti di famiglia. Ho visto molte foto da cui mancava il suo volto: uno spazio negativo, o un corpo senza testa, là dove doveva esserci mia nonna. Braccia, spalle, collo, niente testa, come fosse stata decapitata. Obliterata.

Ci sono altre cose che non chiedo a Sylvia: 

Dove hai vissuto esattamente?

Dove sei andata a scuola?

Come hai imparato a parlare, oltre all’Yiddish e all’ebraico e al francese, anche l’arabo (un po’ di arabo)? E l’inglese? Quando, come e dove hai imparato il tuo inglese?

Come ti vestivi?

Che tipo di cibo mangiavi, quando ne avevi?

Cosa facevi nei momenti di svago?

(Avevi momenti di svago?)

Avevi degli amici? Avevi un fidanzatino?

Cosa si provava ad essere ebrea nell’Impero Ottomano – ma lo sapevi, almeno, di essere un’ebrea nell’Impero Ottomano?

E com’erano le tue relazioni con gli arabi?

Com’era tua madre?

Si toglieva mai il velo (che porta nelle uniche tre fotografie che ho visto di lei)?

Tuo padre: indossava sempre abiti neri?

Che tipo di persona era?

I tuoi nonni: li hai mai conosciuti?

Sei mai stata in altre parti della Palestina?

E comunque come ha fatto la tua famiglia a finire qui?

Hai mai nuotato nel mare?

Come ci si sentiva a sapere di essere inferiore agli altri solo perché femmina?

Perché hai tagliato quegli splendidi capelli, e perché li hai conservati, e perché li hai dati a mia madre?

Non so se mai sarò in grado di capirlo.

A letto, quella notte, sdraiato nel Laurel Canyon, con la treccia di Sylvia posata sulla valigia di fronte a me, un pensiero mi attraversa, viscerale, non solo la testa, ma percorre tutto il corpo: devo andare a Safed. Devo vedere se quel luogo può rispondere almeno a una delle domande cui mia nonna non ha mai risposto, e cui non può più rispondere.

Il mattino seguente, all’alba, acquisto un biglietto per Tel Aviv.

 

Michael Frank è scrittore, saggista, giornalista. Suoi contributi sono apparsi su «The New York Times», «The Wall Street Journal», «The Atlantic», «Slate», «The Yale Review», «Salmagundi», «The TLS» e «Tablet». Ha lavorato come Contributing Writer per «Los Angeles Times Book Review» per quasi otto anni. Ha pubblicato I Formidabili Frank (2018), memoir sulla sua famiglia premiato con il JQ Wingate Prize, Quello che manca (2020) e Cento volte sabato (2022), in Italia tutti pubblicati da Einaudi. Quest’ultimo è stato premiato dal Jewish Book Council con il Natan Notable Book Award e due Jewish Book Awards, nelle categorie Holocaust Memoir e Sephardic Culture. Sempre per quest’opera ha ricevuto la Sophie Brody Medal, prestigioso riconoscimento per il suo importante contributo alla letteratura ebraica. 

 

Calibano – L’opera e il mondo è la rivista del Teatro dell’Opera di Roma. Nata come spazio di approfondimento e di dibattito intorno a temi di attualità sollevati a partire dagli spettacoli in cartellone e realizzata in collaborazione con la casa editrice effequ, il progetto editoriale prevede, tre volte l’anno, la pubblicazione e la diffusione nelle librerie italiane di un volume monografico dedicato a un titolo d’opera e a un tema ad esso collegato, attraverso la commissione di saggi, racconti e recensioni di firme autorevoli. In questo nono numero, la rivista riflette sul Tempo a partire da Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Haendel. 

Potete acquistare “Calibano” sul sito di effequ a questo link, in libreria e presso lo shop del Teatro dell’Opera di Roma. 

Le immagini che trovate in questo numero sono opere di Nicola Samorì, cortesemente concesse dall’artista a illustrazione di una tematica a lui vicina come quella del tempo.