Romantici controlli. Le red flag e i tentativi di governare l’intimità
di Sophie K. Rosa
traduzione di Silvia Costantino
Il seguente racconto è pubblicato integralmente da Calibano #10 – Amami!
Le fantasie di controllo sono ineludibili, probabilmente universali. E, come altri concetti tanto ampi, la parola ‘controllo’ ha connotazioni positive e negative. I propositi di autocontrollo sono tendenzialmente approvati, ma la volontà di controllare le altre persone è una pratica malvista dall’opinione pubblica. Ma, al contempo, il controllo su bambini e animali non umani è considerato normale. E poi si sta innalzando la marea dei misogini, che a loro volta si sentono fuori controllo, e dunque cercano di Rimettere Le Donne Al Loro Posto. Si dice che le persone controllanti siano pericolosamente seducenti (il controllo sintattico di Word mi dice: si dice che controllare le persone sia pericolosamente seducente, e già questo dice molto).
Siamo sempre alla ricerca di una forma di controllo: su di noi, sulle altre persone, sulla vita stessa; o forse vicariamente. Viviamo in società tumultuose, in un mondo tumultuoso in cui la capacità di agire sul destino personale e collettivo può sembrare impossibile, per cui desiderare il controllo risulta più che sensato. Anche in senso psichico, siamo sempre alla deriva: nelle parole di Freud, “l’Io non è padrone in casa propria”. Dunque, non abbiamo nemmeno padronanza del nostro rapporto con il controllo stesso. Tantomeno abbiamo padronanza delle nostre relazioni, e forse è proprio questo il punto.
È diventato piuttosto comune rilevare che in un mondo sempre più privo di divinità, l’amore romantico sia diventato una religione di massa. Una religione organizzata, in effetti. Anche se i matrimoni stanno diminuendo a livello globale, sembra che la necessità umana di catturare e ratificare le relazioni amorose rimanga ben salda. Un’esperienza così anarchica come l’amore romantico potrebbe ispirare impulsi innati verso il controllo, benigno, maligno o di forme diverse.
Oggi ci viene offerta una parvenza di controllo sull’amore attraverso la psicologia pop, che i social media hanno reso iperpopolare fino a trasformarla in una specie di folklore contemporaneo. È difficile dire con precisione come sia riuscita a crearsi questa ‘saggezza popolare’, ma il processo potrebbe somigliare a qualcosa del genere: in un libro, un articolo o una rivista accademica si forma un concetto; la gente inizia a discutere questo concetto anche online, gli e le influencer utilizzano questo concetto sui social, chiunque inizia a ragionare tenendo a mente questo concetto, il concetto influenza le relazioni. E, al giorno d’oggi, c’è un altro stadio: le IA generative ingoiano e rigurgitano il concetto in risposta alle domande delle persone. E così il concetto, che è un’idea, diventa quasi un fatto concreto.
Prendiamo ad esempio l’idea delle ‘red flag’, pervasiva nei dibattiti online sulle relazioni, e utilizzata in generale per riferirsi a tratti della personalità o comportamenti allarmanti da individuare e che possono innescare preoccupazione, se non una separazione. Una ‘red flag’, una bandiera rossa, letteralmente, da secoli rappresenta il pericolo o un segnale di stop in molti contesti, dai protocolli militari alla sicurezza sulle spiagge. Dai tempi della Rivoluzione francese, la bandiera rossa è anche un simbolo di solidarietà a sinistra.
Non è semplice rintracciare con precisione come e quando le red flag hanno fatto il loro ingresso nel discorso terapeutico comune (ecco il prezioso mistero dell’etimologia), ma se ne ravvedono esempi già dagli anni Settanta. Al tempo, a quanto pare, l’idea era utilizzata per descrivere un po’ tutto, da un simpatico scocciatore a un problema marziale al segno di un abuso.
Un articolo del 1980 nel «San Francisco Chronicle» fa una lista dettagliata di red flag eterosessuali, un “segnale di pericolo anticipato… che tutti i cuori saggi riconoscono”. Consiglia agli uomini di “stare attenti alle donne che: scrivono bigliettini pucciosi, indossano scaldamuscoli agli appuntamenti o ginocchiere alle feste, danno indicazioni durante il sesso (‘un po’ più giù, poi svolta leggermente a sinistra’)…” e alle donne di “prestare attenzione agli uomini che: indossano un orologio-calcolatrice, camicie di colori che non esistono in natura, cinture con il logo della birra come fibbia, vestiti di fibre derivate dal petrolio o qualunque t-shirt con una scritta sopra; […] ripetono continuamente il tuo nome come fossero rappresentanti di automobili; dicono al cameriere che vorreste entrambi le bacchette senza chiedertelo prima…”. Sebbene alcune di queste red flag non risulterebbero stonate in un carosello di Instagram, le altre suonerebbero piuttosto strane. Chi tra di noi, nel 2026, non indossa vestiti di fibre derivate dal petrolio?
Red flag come queste sembrano una parodia degli impulsi più comuni verso il controllo in amore. Ma, come ogni forma di controllo, una red flag può riferirsi sia a un aspetto ordinario della condizione umana, sia a qualcosa di preoccupante, persino pericoloso. La concomitanza di ‘ordinario’ e ‘preoccupante, persino pericoloso’, è la chiave in entrambi i casi. Chiunque, per quanto non ci piaccia ammetterlo, ha la capacità di fare del male ad un’altra persona, ed estirpare la malignità dal partner può risultare impossibile per quanto allettante. E tuttavia non smetteremo di provarci, come potremmo? Al di là di ogni nevrotica generalizzazione sulla scelta del ‘partner sbagliato’, le relazioni romantiche con gli uomini portano sempre con sé un rischio per le donne, dal sovraccarico di lavoro domestico e di cura, e il cosiddetto carico mentale, alla vera e propria violenza. Lo sfondo alle odierne evocazioni di red flag può essere questo: una ragionevole vigilanza durante un appuntamento sotto il segno del patriarcato.
Senza dubbio uno dei più popolari libri di autoaiuto a tassonomizzare le red flag nelle relazioni, anche se usa il termine ‘segnali d’allarme’, è stato The Verbally Abusive Relationship di Patricia Evans, pubblicato nel 1993, in un tempo in cui alla parola ‘abuso’ si conferiva un senso principalmente fisico. Quasi all’inizio del libro, l’autrice indica alcuni segnali di abuso verbale, tra cui: lui sembra irritato o arrabbiato con te più volte alla settimana o al giorno; quando provi a parlare di un problema tra voi non ti sembra che la questione si risolva del tutto, ti senti perplessa o frustrata dalle sue risposte perché non comprende le tue intenzioni; raramente vuole condividere i suoi progetti o pensieri con te; e “non riesci a ricordare di avergli mai detto ‘falla finita!’ o ‘smettila!’”. Il lavoro di Evans, e i suoi ‘segnali d’allarme’, hanno informato il discorso sulle relazioni; l’autrice ha ottenuto centinaia di apparizioni in radio e TV, compresa Oprah.
Sono apparsi molti altri libri di autoaiuto sul genere. Dieci anni dopo, nel 2002, un altro best seller ha alimentato il dibattito sulle red flag: Uomini che maltrattano le donne: Come riconoscerli per tempo e cosa fare per difendersi di Lundy Bancroft (Vallardi 2013). L’autore – terapeuta per uomini abusanti che proponeva alle donne, stando al suo sito web, “fine settimana di ritiro spirituale, a costi accessibili, per un portentoso recupero” – utilizza il termine ‘segnali d’allerta’. Consiglia alle donne di prestare attenzione a specifici tratti e comportamenti che ritiene indicativi di un potenziale, o effettivo, abuso. Tra questi elenca: parlare male delle partner precedenti, mancanza di rispetto, idealizzazione, favori non richiesti o eccessiva generosità, possessività, egocentrismo, abuso di alcool o droghe, insistenza per fare sesso, cercare stabilità nella relazione troppo presto, essere intimidatorio se arrabbiato, un’attitudine negativa nei confronti delle donne, doppi standard, attrazione verso la vulnerabilità.
Bancroft scrive che, con l’eccezione delle intimidazioni fisiche, molti “uomini non abusanti potrebbero sfoggiare diversi tra questi comportamenti, anche se in maniera più misurata”. Per questo consiglia alle donne un approccio del tipo ‘tre falli e sei fuori’, che sembra piuttosto specifico, ma risulta estremamente oscuro quando si tratta di indentificare istanze come l’idealizzazione, la mancanza di rispetto o l’egocentrismo. Il libro è diventato presto una risorsa importante per la prevenzione degli abusi domestici e per i cerchi di donne con esperienze di abuso: regole chiare e buoni consigli, in questo caso, possono essere misure di sicurezza. E ovviamente, la scrittura di Bancroft è spesso dogmatica: “la possessività mostra che lui non ti ama in quanto essere umano indipendente, ma piuttosto come un tesoro da proteggere. E dopo un po’ la sua vigilanza costante ti soffocherà”.
Libri come quelli di Evans e Bancroft, dedicati alle relazioni abusanti, sono stati precursori importanti del discorso contemporaneo sulle red flag. Nel momento in cui scrivo, una ricerca di ‘red flag’ su internet fa emergere consigli molto simili a quelli contenuti in questi libri ormai vecchi di decenni, soltanto presentati in forme nuove: proprio come, be’, un po’ tutto. Come quei libri, anche questi contenuti sono perlopiù eteronormativi: si tratta soprattutto di consigli rivolti alle donne a proposito degli uomini (la manosfera ospita tutto un altro genere di red flag misogine, ma questo è un argomento per un altro giorno). Tra i risultati compare, per esempio, un video della psicoterapeuta Melissa Divaris Thompson, che ha mezzo milione di follower, in cui elenca le sue “principali red flag”: pensare di essere l’unica persona a parlare dei problemi della coppia; avere un partner sempre sulla difensiva e mai curioso; evitare di dire ciò che si pensa per non scatenare conflitti; non vedere alcuna riparazione dopo un litigio; avere la sensazione di essere l’unica persona a lavorare per la relazione; vedere minimizzato ciò che per sé è importante; trovarsi davanti a un partner che sparisce emotivamente quando le cose si fanno difficili. Alla fine, Thompson invita gli utenti a utilizzare il suo ‘quiz dell’attaccamento gratuito’, che è anche, in parte, uno strumento di marketing.
Un altro video, dell’utente di Instagram Monica Yearwood, consulente relazionale per “donne davvero realizzate”, mette in guardia da una “red flag piuttosto comune nelle relazioni tossiche”. I copioni di questi video sono generalmente connotati dall’urgenza, come in questo caso: “dillo a tua madre, tuo padre, tua sorella, tuo fratello”. La persona che parla tende a posizionarsi come chi, al contrario di te, è esperta di qualcosa di specifico e importante. Yearwood spiega che questa red flag è “una delle più comuni, e avviene normalmente nei primi sei o nove mesi, e siccome è una cosa che non hai mai sperimentato potresti non riconoscerla subito. Il partner tossico che fa una cosa del genere è normalmente insicuro, geloso e controllante… quando lo incontri per la prima volta probabilmente esprimerà ammirazione per te, e tu proverai un’intensa connessione spirituale, e poi si arrabbierà, probabilmente per qualcosa di insignificante…”
Spesso questo tipo di contenuti è costruito in seconda persona, così da narrativizzare l’esperienza degli utenti: affidare all’altro il compito di dare senso alle cose è un meccanismo seducente, nel terreno fangoso delle relazioni. Come il filone dei libri sulle red flag, molti di questi contenuti contengono una promessa implicita: se eviti questi specifici segnali, se segui queste regole, allora la delusione relazionale non ti toccherà, e non proverai dolore o peggio, abuso. Ma laddove i libri, almeno quelli più seri, possono includere contesto, sfumature e riflessioni, i contenuti dei social media, affamati dell’attenzione dell’utenza, tendono a utilizzare soprattutto superlativi allarmanti, talvolta dai toni paranoidi. E le IA, social media sotto steroidi, si stanno già dimostrando capaci di indurre o esacerbare alcuni sintomi di psicosi, compresa la paranoia (New study raises concerns about AI chatbots fueling delusional thinking, su «The Guardian» del 14 marzo 2026).
È probabile che molti di questi contenuti si nutrano delle, e verosimilmente guadagnino dalle, più che valide paure delle donne; in alcuni casi potrebbero amplificare alcune difficoltà relazionali e trasformarle in minacce pericolose, accrescendo un’ipervigilanza che renderebbe impossibile l’intimità. Un video con mezzo milione di likes, della autodefinitasi ‘facilitatrice della fiducia in sé stesse’ Ada Gore, avvisa le donne che l’uomo che non paga né organizza le uscite a due è una red flag, perché una volta sposati addosserà loro tutto il carico logistico della vita comune. È una considerazione ragionevole, considerando l’ineguaglianza di genere nella riproduzione sociale, ma è espresso così: “Questo è un promemoria: l’uomo che sceglierai come marito sarà la spina dorsale della tua intera vita. Ed ecco qui la più comune, la più straniante e la più pericolosa di tutte le red flag…”
L’argomento della red flag, o almeno la sua parte più eteronormativa, ha molto senso; senza dubbio la cautela è una risposta logica all’onnipresente incombenza dell’oppressione patriarcale e della violenza per le donne che hanno un partner uomo, e aiuta a ridurre il danno. Se non altro si fonda su idee valide, nate da donne uscite da situazioni di abuso, per sostenere scelte relazionali più sicure. E tuttavia, questo punto, quello delle scelte autonome e individuali, è anche quello in cui potenzialmente tale approccio rischia di fallire. Vivere in un sistema di oppressione eteropatriarcale significa che le persone di tutti i generi – come evidenziato da Marx – fanno la propria storia, ma non in circostanze da loro scelte. E non solo, noi siamo anche limitati a livello psichico: in termini psicoanalitici, l’esistenza dell’inconscio significa che non possiamo mai avere il pieno controllo sui nostri desideri, sulle nostre scelte e sulle nostre azioni. Il potere strutturale (nella psiche, nelle relazioni, nella società) significa che noi possiamo anche ‘conoscere’ le cosiddette red flag, e tuttavia essere incapaci di evitarle.
L’idea che basti seguire determinate regole per evitare relazioni difficili o dannose è chiaramente invitante, ma è una fallacia. Il discorso delle red flag porta con sé un sentore diagnostico: comportamenti di questo tipo equivalgono a persone di questo tipo: violenti, narcisisti, partner ‘che non si sforzano’, o il ‘Signor Sensibile’ di Bancroft, una delle sue dieci categorie di abusanti. E come per le diagnosi psichiatriche, la realtà – cioè che esperienze e comportamenti apparentemente simili potrebbero di fatto significare moltissime cose persino diverse tra loro, innocue o allarmanti – viene appiattita. In un tempo in cui l’approccio cognitivo-comportamentale domina il campo terapeutico, non è una grande sorpresa vedere che questi formati a ‘checklist’ siano considerati una cura per le relazioni in sofferenza. Le red flag e la terapia cognitivo-comportamentale sono tentativi di schematizzare e tipizzare la psicologia umana: se soltanto si potesse imparare che il comportamento X porta a Y, allora tutto andrebbe al suo posto.
Come la terapia cognitivo-comportamentale, anche le red flag possono avere un’utilità. Ma la loro ammaliante semplicità è minata dal potere strutturale, interno, esterno e relazionale, che carica di oneri non dovuti gli individui riguardo alle inevitabili sfide e alle potenziali violenze nelle relazioni, specialmente quelle tra donna e uomo. Un recente trend di Instagram, l’inverso di quello delle red flag, mostra le donne che si vantano delle qualità del loro partner (maschile), con la tagline: mio marito non è un perdente. Se l’intimità – figurarsi l’intimità eterosessuale – fosse davvero controllabile in base a degli standard, perché questo discorso sulle red flag, questi contenuti, continuano a esistere? E in effetti, perché continuano a esistere le relazioni difficili o abusanti?
Scrutinare le nostre relazioni personali ci conduce solo fino a un certo punto, e anzi, spesso non ci porta da nessuna parte. Sebbene il discorso sulle red flag possa sembrare vagamente femminista, la lotta femminista non può essere portata avanti soltanto a un livello interpersonale. Come ha scritto l’attivista femminista, docente e scrittrice Silvia Federici nel 1974: “Le donne hanno sempre trovato un modo di rispondere alla lotta, o di vendicarsi sugli uomini, ma sempre in maniera isolata, privatizzata. Il problema, dunque, diventa il modo in cui si porta la lotta fuori dalla cucina, dalla camera da letto, e nelle strade”. Attualizzando: fuori dagli schermi, e nelle strade?
Per quanto comodi e pratici questi contenuti sulle red flag possano sembrare, e certamente a volte appaiano come una cornice di sicurezza, la perennemente attraente proposta che qualcun altro abbia le risposte (tale autore, tale content creator) alla fine è sempre limitata, e limitante. In termini psicoanalitici, il proposito diventa trasferimento. Lacan, ad esempio, suggeriva che il “soggetto supposto sapere” (sujet supposé savoir) è alla base per una relazione di transfert – come quella tra paziente e analista – ma che tale esperto non dovrebbe mai adottare l’identità della conoscenza autoritaria, e che in definitiva la trasformazione è contingente alla disillusione del soggetto dall’idea che l’altro possieda l’autorità di esperto. La suggestione, vertiginosa, è questa: nessuno meglio di te sa cosa possa essere, o significare, per te una red flag, per quanto l’altro possa apparire sicuro di sé.
Sembra appropriato concludere così: nel corso degli ultimi dieci anni, molte donne che hanno cercato aiuto da Bancroft hanno denunciato di essere state da lui maltrattate. C’è un podcast che parla delle sue numerose red flag. Il cerchio si sta chiudendo. Nel discorso contemporaneo sulle red flag, l’utente non sembra mai posizionarsi come l’abusante. L’agente malato è sempre qualcun altro, da qualche altra parte. Ma l’idea che la difficoltà o la violenza siano sempre e soltanto ‘laggiù’, in qualcun altro e mai dentro di noii, è una premessa fallata per la trasformazione. Certo, la logica è importante quando si prendono in considerazione casi di abuso individuali, ma è limitata come metodo per coltivare relazioni umane sufficientemente buone, figurarsi quelle liberatorie. E anche se probabilmente continueremo per sempre a cercare modi per controllare le ansie indotte dal desiderio, l’unica vera bandiera verde può essere provare a comprendere quanto davvero sia limitato il nostro controllo.
Calibano – L’opera e il mondo è la rivista del Teatro dell’Opera di Roma. Nata come spazio di approfondimento e di dibattito intorno a temi di attualità sollevati a partire dagli spettacoli in cartellone e realizzata in collaborazione con la casa editrice effequ, il progetto editoriale prevede, tre volte l’anno, la pubblicazione e la diffusione nelle librerie italiane di un volume monografico dedicato a un titolo d’opera e a un tema ad esso collegato, attraverso la commissione di saggi, racconti e recensioni di firme autorevoli.
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Le immagini che trovate in questo numero sono di Beatrice Scarpa / moist.moon.













