Dal 19 al 28 aprile ci sarà un debutto assoluto al Teatro Costanzi, Kát’a Kabanová di Leoš Janáček. È la prima volta che questo capolavoro del musicista ceco, che terminò nel 1922, viene rappresentato a Roma: si potrà dunque ascoltare e vedere uno dei maggiori lavori teatrali del Novecento, in cui conflitti sociali di un mondo autoritario e drammi interiori della protagonista s’intersecano fino a condurre alla tragedia finale. L’opera sarà presentata in un nuovo allestimento in coproduzione con la Royal Opera House di Londra, uno spettacolo entusiasmante e suggestivo che ha vinto nel 2019 l’Olivier Award. A dirigere l’opera sarà David Robertson, la regia è di Richard Jones, le scene e costumi di Antony McDonald. Lucy Carter curerà le luci e Sarah Fahie le coreografie. Nel cast: Charles Workman (Boris Grigorijevič), Susan Bickley (Marfa Kabanová), Andrew Staples (Tichon Kabanov) e Amanda Majeski nel ruolo della protagonista. Nel cast anche Stephen Richardson (Savël Prokofjevič Dikoj), Sam Furness (Váňa Kudrajaš), Emily Edmons (Varvara), Lukáš Zeman (Kuligin).
Un altro grande appuntamento si aggiunge agli Extra già annunciati per la prossima stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla. Lunedì 27 luglio, David Garrett sarà a Roma con il suo “UNLIMITED – LIVE” un unico concerto estivo che anticipa il tour autunnale nei palazzetti in tutta Italia. Il violinista e rockstar emozionerà i suoi fan con un mix di pezzi inediti, arrangiamenti unplugged e le versioni più appassionanti delle sue hit di maggiore successo. Che si tratti di un pezzo pop o di musica classica, David Garrett stupirà ancora una volta con la sua strabiliante virtuosità. Il suo nuovo show, tanto elettrizzante quanto intimo, ha già stregato più di 200.000 fan nel tour di quest’anno. Sin dagli esordi della sua carriera, David Garrett non ha mai permesso ai limiti dei vari generi musicali di contenerlo. Pertanto “UNLIMITED” è ben più del titolo di un tour: è la sua filosofia musicale, una passione per la creatività senza confini. Non solo è riuscito a creare un pubblico totalmente nuovo per il crossover e la musica classica, ma ha reso il violino lo strumento principale nella musica rock. David Garrett ha già stregato milioni di fan in tutto il mondo con le sue interpretazioni inebrianti di successi rock come “Purple Rain” o “Smells Like Teen Spirit”, i suoi struggenti adattamenti d’inni come “Nothing Else Matters” o “November Rain”, la sua interpretazione di brani pop celebri in tutto il mondo, come “Viva la vida” o “Hey Jude”, e i suoi arrangiamenti di melodie classiche come la “Sinfonia n. 5” di Beethoven o “Clair de Lune” di Debussy. “Non vedo l’ora di proseguire con il tour ‘UNLIMITED –LIVE’ nel 2020, ora più che mai voglio accompagnare i miei fan in un emozionante viaggio musicale”, afferma David Garrett. “Con la mia band, i miei amici e i miei fan voglio celebrare la musica degli ultimi dieci anni.” In più di un decennio di carriera crossover internazionale, David Garrett ha continuato a superare se stesso. Il Paganini delle pop star, il Jimi Hendrix dei violinisti, David Garrett è il “Violinista del Diavolo” dei nostri tempi, una superstar internazionale in grado di offuscare i confini tra Mozart e Metallica. Osannato per essere stato il pioniere del crossover contemporaneo, e per il suo modo di suonare eccezionalmente virtuoso, è perfettamente a suo agio nell’eseguire dalle più complesse composizioni classiche con i migliori direttori d’orchestra e le orchestre del mondo, ai successi rock più apprezzati dal pubblico degli stadi. Ammirato da milioni di fan in tutto il mondo, David Garrett ha già venduto milioni di biglietti e vinto 24 dischi d’oro e 16 di platino in ogni angolo del mondo: da Hong Kong alla Germania, dal Messico a Taiwan, al Brasile e molti altri ancora. Sa combinare il carisma di una rock star con il virtuosismo innato solo ai migliori strumentisti dei nostri giorni. Il tour è organizzato in collaborazione con International Music and Arts.
Al Teatro Costanzi si anima la magia de Il corsaro con la nuova produzione coreografica di José Carlos Martínez, coreografo già étoile dell’Opéra di Parigi e Direttore della Compañía Nacional de Danza de España. L’étoile, i primi ballerini, i solisti e il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma lo porteranno in scena da domenica 1 marzo fino a domenica 8 marzo. Gli ospiti internazionali Olesja Novikova e Leonid Sarafanov, Maia Makhateli e Kimin Kim condivideranno la scena con i talenti del Teatro. L’étoile Rebecca Bianchi, nel ruolo di Medora, sarà affiancata dal giovane e promettente Simone Agrò nel ruolo di Conrad. La solista Federica Maine sarà Medora per la recita scolastica del 4 marzo mattina. La nuova produzione coreografica veste i costumi, di corsara ispirazione, e s’innesta nella preziosa scenografia, entrambi ideati e curati nel 2008 da Francesco Zito per la Fondazione del Teatro dell’Opera di Roma. Le luci sono di Vinicio Cheli. Il Sovrintendente Carlo Fuortes dichiara: “Il Corsaro è un grande impegno con il quale dopo la Serata Jerome Robbins si rientra nel grande repertorio classico. Una produzione che nasce qui al Teatro dell’Opera nel 2008 ma che oggi riluce di nuova vita grazie alla ricostruzione coreografica del Maestro José Carlos Martínez. Balleranno i nostri talenti ma anche ospiti internazionali importanti e l’Orchestra sarà diretta da un grande conoscitore del Repertorio Russo, il Maestro Alexei Baklan”. La Direttrice del Ballo Eleonora Abbagnato dichiara: “Il Corsaro per me, anche se non lo abbiamo mai ballato all’Opéra di Parigi, è sempre stato uno dei più importanti balletti del repertorio classico. Presentarlo a Roma con Martínez, collega e amico sincero, è un’opportunità unica. È un titolo classico ma molto “danzante”, fondamentale per i nostri interpreti. Presentare un classico con nuove coreografie è stimolante per i ballerini e per il pubblico, come abbiamo già fatto con Jean Guillame Bart a cui affidammo la rilettura de La Bella Addormentata: una linea, una strada da seguire. In sala abbiamo Rebecca Bianchi la nostra étoile che sarà Medora e Gulnara. Avremo grandi ospiti: Olesja Novikova, Leonid Sarafanov, Maia Makhateli, ma soprattutto Kimin Kim per la prima volta qui al Teatro dell’Opera”. Il Corsaro, pur essendo stato concepito nei primi decenni dell’Ottocento, è considerato dagli studiosi uno dei grandi balletti della stagione tardo romantica. La sua genesi è molto complessa: il corpus del balletto ha attraversato un arco temporale molto esteso passando tra le mani di numerosi coreografi e compositori che hanno aggiunto, modificato e inventato. Nel 1826 a Milano e nel 1837 a Londra si affacciano sulla scena due prime versioni, rispettivamente Il Corsaro di Giovanni Galzerani e The Corsair di Ferdinand Albert, nelle quali si narrano le vicende avventurose della schiava Medora e del corsaro Conrad. La versione di riferimento, madre di tutte le altre, è da considerarsi quella parigina del 1856 di Joseph Mazilier. Dopo due anni viene rimontata, con aggiunte e modifiche, a San Pietroburgo da Jules Perrot, maestro di ballo presso i Teatri Imperiali, con il supporto di Marius Petipa, allora primo ballerino. Petipa, con il passare del tempo e con l’avanzamento della sua carriera, ne cura una nuova versione nel 1863 – aggiunge delle danze sulle note di Cesare Pugni, compositore del Balletto Imperiale – che nel 1899 si trasforma in una più completa con un nuovo pas de deux su musica di Drigo. Nel Novecento, esattamente nel 1931, il balletto è ripreso da Agrippina Vaganova, ma senza successo. Nel 1955 Pyotr Gusev ne propone una versione più snella e nel 1973 Konstantin Sergeyev realizza un nuovo allestimento per il Balletto del Kirov. Nel 1987 nasce una nuova versione Gusev-Slonimsky per il Balletto del Teatro Mariinskij. Nel 1998 approda negli Stati Uniti e nel 2007 in Europa. Nel 2008 al Teatro dell’Opera di Roma va in scena per la prima volta Il Corsaro di Viatcheslav Khomyakov. Nel 2020 in prima assoluta arriva al Teatro dell’Opera di Roma la versione di José Carlos Martínez che ne parla così: “Ho apportato dei cambiamenti nella trama e nella suddivisione del balletto per rendere la drammaturgia, secondo me troppo complessa, più accessibile e chiara. Così ho ridotto la durata del balletto e ristrutturato la suddivisione affinché ci siano solo due atti con due scene in ogni atto. Ho eliminato il personaggio di Alì perché non aggiungeva nulla né all’azione né alla drammaturgia. In genere il Corsaro come balletto è una successione di variazioni per mostrare la tecnica degli interpreti con una drammaturgia molto confusa. Per me è fondamentale far capire al pubblico cosa sta succedendo sulla scena, così ho deciso di mettere in evidenza la storia portante, quella dei due personaggi Medora e Conrad, e di mantenere tutte le variazioni e i pas de deux che mostrano la tecnica dei ruoli principali e secondari, ma al servizio dell’azione. Ho mantenuto i momenti salienti della coreografia che ritroviamo in tutte le versioni: il pas de deux detto “del Corsaro” che generalmente vediamo nei gala, così come il “pas de bottes” o il “pas de six”. È molto importante rispettare questi momenti che sono stati trasmessi di generazione in generazione. Tengo molto alla tradizione e la rispetto: voglio che il pubblico rintracci nella mia versione dei legami con l’originale. Per il resto ho cercato di dare al balletto una maggiore fluidità perché penso che il balletto classico, oggi, debba essere danzato in maniera più dinamica. Come dicevo, prima di iniziare il lavoro con la compagnia, ho fatto un grande lavoro di suddivisione musicale e di rilettura della drammaturgia per renderla chiara e avere una base solida su cui sviluppare la mia versione. Questo processo di preparazione mi ha permesso di iniziare il lavoro in sala con le idee chiare, sapendo esattamente come volevo raccontare questa storia, dando al linguaggio coreografico la priorità. Inoltre il lavoro con il Balletto del Teatro dell’Opera di Roma mi ha molto arricchito. Ho avuto un ottimo scambio con gli interpreti che hanno incorporato ogni passo e gesto facendo delle proposte accattivanti. Sin dalle prime prove ho apprezzato la grande qualità del corpo di ballo, del loro lavoro omogeneo e sempre in ascolto. Ho coreografato l’intero balletto in tre settimane grazie alla loro collaborazione che mi ha permesso di iniziare fin da subito a lavorare a tutti quei piccoli dettagli che fanno la differenza e di affrontare questa prima senza stress”. L’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma è diretta da Alexei Baklan.
Lunedì 2 marzo alle ore 20.00 va in scena al Teatro Costanzi la Lezione Aperta degli allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma, diretta da Laura Comi. La Lezione Aperta è una lezione dimostrativa, diventata nel tempo un appuntamento annuale, che offre una sintesi del lavoro quotidiano degli allievi e mette in luce la metodologia di lavoro della Scuola. Il programma, composto dagli esercizi più rappresentativi di ogni corso – Tecnica Accademica, Pas de deux, Danza di Carattere, Contemporaneo, Fisiotecnica e Propedeutica alla Danza – crea un’occasione di piacevole condivisione con il pubblico. Gli allievi sono seguiti dai loro insegnanti e accompagnati dai Maestri al pianoforte sul palcoscenico.
A febbraio, dal 18 al 29, sulle scene del Costanzi arriva un gioiello della musica e della letteratura russe, Evgenij Onegin di Čajkovskij, ispirato all’omonimo romanzo in versi di Aleksandr Puškin e affidato a due giganti del teatro musicale di oggi molto amati dal pubblico del Teatro dell’Opera: James Conlon sul podio e Robert Carsen che ripropone l’allestimento, ormai divenuto storico del capolavoro di Čajkovskij, creato nel 1997 per il Metropolitan Opera di New York. Scene e costumi sono di Michael Levine, luci di Jean Kalman. Nel ruolo del titolo Markus Werba. Maria Bayankina è Tat’jana, Yulia Matochkina è Ol’ga. Negli altri ruoli maschili Saimir Pirgu (Lenskij), John Relyea (Gremin) e Andrea Giovannini (Triquet). Anna Viktorova è Filipp’evna, Irida Dragoti e Andrii Ganchuk del progetto “Fabbrica”, sono Larina e Zareckij. L’allestimento si mostra con tutta la sua carica di fascino nostalgico. Le atmosfere evanescenti in sintonia con l’amore per l’autunno dello stesso Puškin, sono dominate infatti dal rosso, dal giallo dorato che richiamano il tipico foliage delle foreste russe. Al centro di questo spaccato della Russia dell’Ottocento tre storie d’amore irrealizzabili. Il giovane poeta Lenskij ama la volubile Olga, la fanciulla semplice e pura Tat’jana ama il dandy Onegin che, inizialmente disinteressato alla donna finisce ormai maturo per innamorarsene quando ormai si è trasformata da umile ragazza di campagna in una nobile dama della corte pietroburghese. Robert Carsen trasforma quello che viene definito “una enciclopedia della vita russa” in un allestimento minimalista che ne esalta ancora di più il profondo scandaglio psicologico, dominato dai colori che via via dai toni caldi autunnali dell’inizio giungono a un blu indaco fino al grigio lattiginoso del finale tracciando un percorso che segna la linea della vita stessa. Nel maggio del 1877, la cantante d’opera Elizaveta Lavrovskaja propose a Čajkovskij di creare un’opera basata sull’Evgenij Onegin di Puškin. Il compositore, seppur inizialmente poco convinto del lavoro, vi si dedicò poi con grande coinvolgimento. Čajkovskij denominò l’opera come scene liriche: l’opera si presenta infatti come una serie di episodi della vita di Onegin, storia ben nota al pubblico russo che avrebbe potuto facilmente ricostruire i dettagli da lui omessi. Alla fine decise quindi di intitolare la sua opera alla stessa maniera del romanzo di Puškin, nonostante il fulcro drammaturgico fosse il personaggio di Tat’jana preponderante rispetto al tormentato Onegin.
L’edizione della Turandot, in programma dal 25 marzo al 5 aprile, si annuncia come una lettura davvero nuova del capolavoro di Puccini tra i più amati dal pubblico e tante volte messo in scena al Teatro dell’Opera di Roma. Il nuovo allestimento, per la regia, le scene, i costumi, è firmato dal personaggio più atteso della stagione e uno dei più grandi artisti contemporanei, Ai Weiwei, che per la prima volta si cimenta con una regia teatrale. Una scelta apparentemente lontana dalla sua ricerca artistica, ma che Ai Weiwei ha accettato anche perché, giovanissimo, era stato una comparsa nella Turandot di Zeffirelli al Metropolitan. Da quei giorni newyorchesi un lungo cammino di artista, e di oppositore del governo cinese, lo ha condotto ad essere una figura di assoluto spicco nel mondo artistico di oggi. “Non avrei accettato l’invito ad occuparmi di una regia lirica perché mi sento piuttosto lontano dalla musica – ha raccontato Ai Weiwei. – Due sono gli aspetti che però mi hanno convinto. Uno generale, perché credo che l’opera racconti la contemporaneità, i problemi culturali e politici di oggi narrati, in questo caso, attraverso Turandot. L’altro motivo per cui sono legato proprio a quest’opera – ha detto – è che circa 30 anni fa mio fratello ed io eravamo a New York, giovani e squattrinati studenti. C’era un’occasione di fare le comparse al Met: l’opera era la Turandot, regia di Zeffirelli. E questo me la rende familiare”. A dirigere Turandot è Alejo Pérez, direttore già applaudito dal pubblico del Costanzi in diversi titoli del Novecento storico, sarà in grado di sottolineare tutte le innovazioni musicali e le sfumature presenti nella scrittura pucciniana. Nel ruolo della principessa con Anna Pirozzi si alterna Ewa Vesin, Calaf è interpretato da Gregory Kunde (in alternanza con Arsen Soghomonyan, Altoum Carlo Bosi, Timur Antonio Di Matteo (in alternanza con Marco Spotti), Liù è interpretata da Francesca Dotto, di casa al Costanzi (in alternanza con Adriana Ferfecka). Ci sono Alessio Verna (Ping), Francesco Pittari (Pang), Pietro Picone (Pong) e, dal progetto “Fabbrica” YAP, Andrii Ganchuk e Domingo Pellicola. Turandot è il capolavoro incompiuto di Puccini: nella sua ultima opera il maestro si superò nella sperimentazione sul lavoro di orchestrazione. Il soggetto fiabesco da lui poco frequentato, lo conquistò al punto da regalarci delle pagine indimenticabili ricche di evocazioni sulla Cina leggendaria, raccontata attraverso piccoli dettagli di grande realismo. Leggere l’immaginario mondo cinese di Gozzi, e poi di Puccini, da parte di un artista cinese sarà motivo di straordinario interesse. Ma la grande innovazione che Puccini inserì nell’opera sta nell’epilogo della vicenda d’amore che, a differenza degli amori tormentati e infelici che aveva sempre portato sulla scena, per la prima volta si trasforma in uno strumento di redenzione e felicità. Eppure il maestro non essendo riuscito a portare a compimento questa redenzione, lasciando incompiuta la partitura a causa della sua prematura scomparsa proprio nel finale, ha affidato al futuro il mistero della trasformazione di Turandot da principessa algida a donna innamorata.
Un altro grande appuntamento si aggiunge agli Extra già annunciati per la prossima stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla. Lunedì 22 giugno 2020, Vinicio Capossela si esibirà infatti nel magico scenario archeologico accompagnato dall’orchestra giovanile Luigi Cherubini diretta dal maestro Stefano Nanni. Dopo un anno di rappresentazioni live legate al suo ultimo album “Ballate per uomini e bestie”, il 2020 vedrà Vinicio Capossela in scena con “Bestiario d’Amore”: concerto intimo e narrativo a soggetto amoroso e bestiale, un excursus lungo la vasta produzione del cantautore nell’anno del trentesimo anniversario della sua carriera. Non si tratta di un vero e proprio album ma di una piccola opera composta di 4 brani di ambientazione trobadorica che conclude il viaggio nel medioevo fantastico di “Ballate per uomini e bestie” affrontando l’ultimo e il più grande dei misteri della natura umana: l’amore. Per scavare all’interno di un tema tanto complesso Capossela ha preso ispirazione dal componimento letterario di un erudito del milleduecento, Richart de Fornival, che crea il suo bestiario d’amore attraverso una originalissima e brillante combinazione tra le favolose descrizioni naturalistiche dei Bestiari medievali e la fenomenologia dei comportamenti amorosi. Da questo testo è stato ricavato un poema musicale illustrato dall’artista Elisa Seitzinger, strumentato per orchestra sinfonica dal maestro Stefano Nanni. “L’Amore – dichiara Vinicio Capossela – apre i cancelli allo zoo interiore che ci portiamo dentro. Attiva in noi il lupo, il coccodrillo e la sirena, ci rende parenti stretti del licantropo, del corvo e dell’asino selvaggio, ci rende credibili la fenice e l’unicorno. Insomma mette in moto e rivela un intero bestiario d’amore, perché l’innamorato è un mostro, sopraffatto dalla necessità di mostrarsi. Mostrare il proprio stato o nasconderlo, abitare l’incantesimo o romperlo, abbracciare la trasformazione o respingerla sono soltanto alcuni piccoli casi degli smisurati quesiti che lo stato febbrile pone. Non potendo evitare l’amore lo celebreremo quindi in forma di bestiario usando tutte le allegorie che la natura animale offre. Per iniziare, ci rivolgeremo a una lettera scritta da un erudito del milleduecento, Richart de Fornival, e al suo bestiario d’amore”.
Il tour è organizzato da International Music and Arts
Il nome di Jerome Robbins, tra i maggiori coreografi statunitensi, appare nel cartellone del Costanzi già dagli anni Cinquanta affiancato a quello degli interpreti per eccellenza delle sue coreografie, i danzatori del New York City Ballet. A capo della compagnia sino alla sua morte, il maestro della modern dance americana ha creato qui le sue opere più importanti. All’Opera di Roma sono così andate in scena Fanfare (1953), The Cage (1953), Afternoon of a faun (1955 e 2004), The Pied Piper (1955), Interplay (1955; nel 1956 con l’American Ballet Theatre). Solo recentemente tre balletti firmati da Robbins, e mai visti prima su questo palcoscenico, sono stati affidati al Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma: nel 2011 e nel 2013 In The Night, nel 2017 The Corcert, nel 2019 Glass Pieces. La Serata Jerome Robbins, dal 30 gennaio al 5 febbraio, li riunisce tutti e tre. Il Sovrintendente Carlo Fuortes dichiara: “La Serata Jerome Robbins, secondo titolo della stagione 2019/2020, è un grande omaggio a un innovatore senza precedenti, premio Oscar per West Side Story. Un viaggio omaggio che parte da lontano dal ’56 con The Concert, In The Night degli anni Settanta e un pezzo recente e trascinante come Glass Pieces. Arriviamo dal classico Lago dei cigni proposto durante le festività natalizie e andiamo verso un altro grande classico in marzo, Il Corsaro, ma ora siamo felicemente focalizzati su lavori della seconda metà del Novecento. Il bilanciamento è per noi il giusto modo di programmare. Continuiamo la nostra idea iniziale di una programmazione fedele al repertorio classico e aperta alle novità della modernità e contemporaneità”. La Direttrice del Ballo Eleonora Abbagnato dichiara: “Il nostro obiettivo è quello di portare i grandi nomi della danza internazionale qui al Teatro dell’Opera di Roma. Robbins è una tra le più grandi personalità della danza mondiale e poterlo riproporre qui è un vero onore. Voglio ringraziare Jean-Pierre Frohlich perché grazie a lui – e a sua moglie Isabelle Guérin che è qui con la nostra compagnia in questi giorni – ho scoperto la poesia e la portata di Robbins. Proporremo una serata molto variegata tra humor, poesia ed eleganza. Ballerò in In the night, che avevo già ballato qui all’Opera, sulle note di Chopin eseguite al piano dalla nostra Renata Russo e interpreterò la donna passionale e dolce della coppia principale con l’eccezionale Zachary Catazaro. È un ruolo speciale che ho danzato con altri grandi come Nicolas Le Riche. Presenteremo The Concert con la sua briosità e poesia, Glass Pieces con un’ondata di modernità e di musicalità senza precedenti. Saranno in scena la nostra étoile Rebecca Bianchi, i primi ballerini Susanna Salvi, Claudio Cocino, Alessio Rezza, i solisti Marianna Suriano, Michele Satriano e Giacomo Castellana recentemente premiato dal magazine Danza&Danza come miglior ballerino emergente del 2019”. Robbins crea The Concert, The Perils of Everybody per il New York City Ballet con il quale debutta il 6 marzo 1956 al City Center of Music and Drama di New York. Il balletto – particolarmente brillante, in un atto – ritrae i comportamenti di un pubblico che ascolta un concerto per pianoforte e affresca situazioni ricorrenti durante i concerti, innescando un crescendo di gag dalla forte componente umoristica. Il pianista suona Frédéric Chopin in scena: i suoi spettatori lo raggiungono, si portano una sedia e animano comicamente il concerto, esternando, con gesti e atteggiamenti, i comportamenti che li caratterizzano. C’è il ragazzo attento che siede in prima fila, le due donne che scartano caramelle e disturbano il ragazzo parlando in continuazione, la donna bella e sinuosa che ascolta languidamente il concerto appoggiandosi al pianoforte, la donna vigorosa dal forte temperamento, il marito premuroso succube della moglie dispotica, il timido occhialuto, il ritardatario che disturba i presenti, la maschera che chiede i biglietti e fa spostare gli spettatori da un posto all’altro. Le scene sono di Saul Steinberg e Edward Gorey, i costumi di Irene Sharaff. Le luci di Jennifer Tipton sono qui riprese da Les Dickert. In The Night viene creato da Robbins nel 1970 per il New York City Ballet. Tre diverse coppie di innamorati sono le protagoniste di questo elegante e raffinato balletto: una prima coppia è formata da giovani, una seconda da lirici e un’ultima da passionali amanti che s’incontrano sotto il cielo stellato di mezzanotte. I tre Pas de deux esprimono coreograficamente i diversi temperamenti delle tre coppie sulle note di tre Notturni di Frédéric Chopin. La prima coppia invade il palcoscenico con una danza fluida di tenera espressività; la seconda interpreta un duetto molto raffinato ed elegante; l’ultima esegue una danza d’impetuoso contrappunto, qui affidato alla grinta di Eleonora Abbagnato. Lei oscilla tra il furore esplosivo e la supplica disperata, e con il partner, l’étoile internazionale Zachary Catazaro, anima una disputa e una riconciliazione. Questo affascinante affresco delle peripezie amorose si conclude con una danza d’ insieme di tutte le coppie. I costumi sono di Anthony Dowell che nel 1973 danza in maniera memorabile In The Night al Royal Ballet. Glass pieces debutta il 12 maggio 1983 al New York State Theater con il New York City Ballet. Si tratta di un lavoro altamente formale, articolato in tre sezioni, dove Robbins sovrappone a un vocabolario tradizionale concetti provenienti dalla postmodern dance e costruisce schemi di movimento e ritmi visibili che traducono in architettura fisica le musiche di Philip Glass: Rubric e Façades (dall’album Glassworks), accanto a degli estratti dall’opera Akhnaten. Il risultato è un sofisticato linguaggio moderno che è allo stesso tempo ipnotico e carico di energia, quella di ben quarantadue ballerini in scena. Le scene sono dello stesso Robbins con Ronald Bates, i costumi di Ben Benson.
Le luci della Serata Jerome Robbins sono di Jennifer Tipton. L’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma è diretta dal maestro Carlo Donadio.
Il lago dei cigni firmato da Benjamin Pech, record di incassi alla prima assoluta dello scorso anno, rimane in fino all’8 gennaio. E con lui arrivano i primi guest della nuova stagione di balletto 2019/20: dall’Opéra de Paris l’étoile Amandine Albisson e dallo Staatsballett Berlin la prima ballerina Polina Semionova. Al loro fianco un’altra stella internazionale, il danzatore brasiliano Danile Camargo.
Nei ruoli principali tornano anche l’étoile Rebecca Bianchi i primi ballerini Susanna Salvi e Claudio Cocino ei il solista Michele Satriano. Il lago dei cigni rimane uno dei titoli più famosi e amati. Balletto romantico, percorso dall’eterno conflitto tra Bene e Male, continua ad affascinare gli spettatori di tutto il mondo. Benjamin Pech ne ha dato una personale lettura, da Petipa e Ivanov, in gran parte fedele all’originale, ma rielaborata dal punto di vista drammaturgico. Rothbart, colui che trasforma la Odette nel cigno nero Odile, viene “eliminato”; il ruolo del malvagio è affidato a Benno, l’insospettabile amico del Principe Siegfried. È lui ad ordire l’inganno spinto dalla gelosia e dall’invidia.
Il tradimento, quello di Benno nei confronti del Principe, e quello involontario del Principe nei confronti di Odette, diventa il tema centrale di questa versione. Il suo Lago racconta la storia dell’uomo, di Siegfried. “È l’unico esempio di ruolo maschile dominante del balletto classico,– racconta Pech – il ruolo a mio avviso più intrigante di tutto il repertorio. Se si pensa a Giselle, Coppélia e Bella addormentata: tutto ruota attorno al personaggio femminile. Il lago dei cigni è la storia di Siegfried, che ho voluto perciò sempre presente in scena”.
All’origine di tutto c’è la musica di Čajkovskij: “L’ho sentita ininterrottamente per mesi– spiega– La verità su questa favola e su questo balletto ce la dice la musica con i suoi accenti drammatici . È la storia di un’amicizia, quella tra Siegfried e Benno, e di un tradimento. Con la musica ho messo a fuoco la mia versione”. Ad eseguirla è la nostra Orchestra diretta ancora una volta da Nir Kabaretti.
Sono molto rilevanti i risultati economici e artistici con cui si chiude l’anno 2019 del Teatro dell’Opera di Roma. L’incasso è stato di 15.110.000 euro. Una cifra davvero positiva se raffrontata ai 13.943.000 dell’anno precedente (con un incremento rispetto al 2018 pari all’8,4%). Ed è ancora più interessante il risultato complessivo del periodo medio-lungo che vede gli incassi del 2013 (7.482.664 euro) crescere più del doppio nel consuntivo del 2019. Aumenta anche il numero di spettatori che passa dai 246.675 dello scorso anno ai 266.500 del 2019, con un incremento di circa 19.000 persone (pari all’8,0%). «Sono molto soddisfatta per gli ottimi risultati raggiunti nel 2019 dal Teatro dell’Opera di Roma – ha dichiarato la sindacaVirginia Raggi, Presidente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma. – Uno straordinario lavoro di squadra, quest’anno arricchito dalla presenza di Acea e Camera di Commercio di Roma divenuti soci della nostra Fondazione, ha condotto a risultati importanti. Le proposte in cartellone del Costanzi e di Caracalla continuano ad attrarre un numero di appassionati estimatori sempre maggiore, richiamando spettatori sia nella stagione invernale che in quella estiva. Un grazie anche alle numerose iniziative realizzate da ‘OperaCamion’ nelle periferie della nostra città. Siamo riusciti ad avvicinare alla cultura teatrale anche quella parte di pubblico che non frequenta abitualmente il teatro, realizzando un’operazione culturale divenuta impulso per la conoscenza dei differenti linguaggi dell’arte oltre che prezioso strumento di aggregazione. Un risultato significativo per il quale ringrazio sentitamente le numerose e differenti professionalità che con il loro impegno quotidiano non solo rendono possibili questi successi, ma collaborano affinché la cultura riparta anche dal teatro». «Anche nel 2019 il nostro Teatro registra dei risultati molto positivi, superiori alle più rosee aspettative – ha dichiarato Carlo Fuortes, Sovrintendente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma. – La grande crescita degli spettatori e incassi è per noi motivo di orgoglio. Desidero ringraziare tutti gli spettatori del Teatro che hanno seguito con molta partecipazione e passione i nostri spettacoli. È innanzitutto grazie al loro sostegno che questo Teatro è riuscito in pochi anni a elevare la qualità delle produzioni e diventare un protagonista della scena operistica internazionale». Anche nel bilancio artistico, e non solo in quello finanziario del Teatro, il livello raggiunto è molto alto, come si può riscontrare dai resoconti della critica e dal successo delle produzioni. Nel mese di aprile il Premio Abbiati della critica musicale italiana è andato alla regista Deborah Warner per il Billy Budd di Britten che era stato presentato al Costanzi nel maggio 2018. Pochi giorni fa si sono concluse le repliche de Les vêpres siciliennes di Verdi, uno spettacolo che ha ottenuto un gradissimo successo dovuto sia alla presenza sul podio di Daniele Gatti, alla sua prima prova dopo aver assunto la carica di Direttore Musicale dell’Opera di Roma, sia alla regia di Valentina Carrasco. Un titolo, questo verdiano, di rara esecuzione che ha impegnato in una prova difficile tutte le forze del Teatro (l’Orchestra, il Coro, il Corpo di Ballo, gli allevi della Scuola di Danza, e tutti i tecnici) oltre a un eccellente cast. Tra gli spettacoli programmati nel 2019, molti titoli sono stati accolti con grande favore, perché proposti in “prima assoluta” o perché da tempo assenti dalle scene del Costanzi. Robert Carsen, uno dei maggiori registi lirici di oggi, è stato a Roma in marzo con una commovente rilettura dell’Orfeo ed Euridice di Gluck diretto da Gianluca Capuano, uno specialista di musica sei-settecentesca a sua volta al debutto romano. Il regista canadese è poi tornato in autunno con una versione altrettanto intensa di un altro mito, l’Idomeneo di Mozart, con la direzione di Michele Mariotti anche lui per la prima volta sul podio del Teatro dell’Opera. Entrambi questi lavori sono stati nuovi allestimenti del Teatro, così come La vedova allegra di Lehár ad aprile, diretta da Constantin Trinks con la trascinante regia di Damiano Michieletto, e la rappresentazione a Roma de L’angelo di fuoco di Prokof’ev diretto da Alejo Pérez e riletta, nelle sue atmosfere allucinate, da Emma Dante. L’autunno si è aperto con un dittico intitolato a due grandi artisti contemporanei: un progetto che ha voluto continuare il percorso di incontri tra opera lirica e arti figurative che ha caratterizzato sin dai primi del Novecento la programmazione del Teatro dell’Opera. In settembre alla riproposta di Work in Progress di Alexander Calder allestito al Costanzi nel 1968, è stato accostato Waiting for the Sibyl un lavoro in prima assoluta che William Kentridge ha realizzato su commissione del Teatro. Non va poi dimenticato che, tra i vari balletti rappresentati con successo, la Serata Philip Glass affidata a tre diversi coreografi e Biancaneve, coreografato da Angelin Preljocaj hanno rappresentato un’ottima prova del corpo di ballo, diretto da Eleonora Abbagnato, a confronto con differenti declinazioni del linguaggio coreografico di oggi.