Dopo Le Parc ed Empty Moves Part I, II e III nel 2016 e Annonciation nel 2017, l’Opera di Roma ospita un’altra creazione di Angelin Preljocaj mai andata in scena su questo palcoscenico. Il 3 maggio 2019 arriva finalmente al Costanzi il balletto romantico e contemporaneo Biancaneve. “Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” chi consce questa formula magica? Tutti! E non è un caso che Preljocaj abbia scelto la notissima Biancaneve raccontata dai fratelli Grimm e che sia rimasto fedele alla fiaba. «Avevo voglia di raccontare una storia, di aprire una parentesi fiabesca e incantata – spiega il coreografo franco-albanese – Con Biancaneve affronto un tema che tutti conoscono: ciò mi permette di concentrarmi su quello che dicono i corpi, le energie, lo spazio e su ciò che i personaggi provano, in modo da mostrare solo la trascendenza dei corpi. Argomenti meravigliosi per un coreografo». Mantenendo una linea narrativa chiara e semplice, come un fumetto, su uno splendido collage delle sinfonie di Gustav Mahler, il coreografo lascia libero sfogo all’originalità creativa che lo contraddistingue. Basti dare uno sguardo al team creativo da lui scelto, primo fra tutti l’enfant terrible della moda francese Jean Paul Gaultier per i costumi. È lui a vestire la matrigna, dominatrice fasciata da abiti in pelle nera, che nell’analisi di Preljocaj diventa il personaggio centrale.
È un titolo raro ma di grande interesse nel teatro musicale del Novecento, L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev, che sarà in scena dal 23 maggio al 1° giugno in una nuova produzione affidata a due fuoriclasse che abbiamo già applaudito al Costanzi: il direttore Alejo Pérez e la regista Emma Dante, che spiega, “ne L’angelo di fuoco, opera esoterica, magica, emerge il conflitto tra superstizione e razionalità. Un incubo spettacolare e visionario che mi permetterà di esplorare il mondo parallelo dei sogni, il mondo oscuro della mente infestato dai fantasmi”. Sulle scene del Costanzi fu visto un’unica volta nel 1966 diretto da Bruno Bartoletti per la regia di Virginio Puecher. Opera visionaria, è immersa nel clima di mistico esoterismo così diffuso nell’avanguardia russa del primo Novecento, che si traduce nel linguaggio ora grottesco ora allucinato del compositore. Tra gli interpreti Leigh Melrose, Ewa Vesin, Sergey Radchenko, Maxim Paster, Mairam Sokolova e Petr Sokolov tutti al loro debutto nel nostro teatro, Anna Victorova e Goran Jurić.
È un mondo cupo e sconvolto, quello che arde nelle note di Prokof’ev, in cui si aggirano una monaca devota, una strega isterica, Faust e Mefistofele, un inquisitore. È la storia di una tragica ossessione – il cui libretto scritto dallo stesso Prokof’ev è tratto dal celeberrimo romanzo di Brjusov – ambientata nella oscura e inquietante Germania del ʼ500, tra duelli, premonizioni e stregonerie. Protagonista è Renata, giovane che fin da bambina veniva guidata dal suo angelo custode Madiel’ per essere avviata ad una vita casta e di santità, ma che poi si invaghisce dello stesso che, furente, si trasforma in una colonna di fuoco. La vicenda della protagonista avanza tra le solitudini di un convento, e visioni demoniache, fino alla condanna al rogo da parte dell’Inquisizione per essersi congiunta carnalmente con il Demonio. Prokof’ev compose questa visione musicale in ritiro sulle Alpi, tra il 1922 e il 1927. L’autore però non riuscì a vedere la sua opera in scena. Le circostanze della lunga e travagliata stesura della partitura, la trama ritenuta blasfema e simbolista del romanzo di Brjusov da cui è tratto il libretto cui fa da contraltare il fervore allucinato della musica, hanno portato L’angelo di fuoco a una prima rappresentazione postuma, a distanza di ben trent’anni dal suo completamento e a due dalla morte del compositore. Il testo fu tenuto celato dal suo editore e fu riscoperto solo nel 1952.
L’attenzione alla tradizione e alla storia è una parte fondamentale nel cartellone del Teatro dell’Opera di Roma. Per questo motivo ritorna in scena anche nel 2019 l’opera “simbolo” del Teatro Costanzi, la Tosca della memoria, con la regia di Alessandro Talevi, ricostruita sull’allestimento originale della prima assoluta del 1900 che vide la luce proprio sulle scene del Costanzi alla presenza di Giacomo Puccini. Ben otto repliche, dal 18 al 26 giugno, per chi non l’avesse ancora vista o per chi non si stanca mai di rivederla. Alla direzione dell’orchestra Jordi Bernàcer. Sul palcoscenico Monica Zanettin e Svetlana Kasyan si alterneranno nel ruolo di Floria Tosca; Stefano La Colla, Gustavo Porta e Diego Cavazzin si alterneranno nel ruolo di Mario Cavaradossi; Sebastian Catana e Gevorg Hakobyan, nel ruolo del Barone Scarpia.
“Una produzione come questa – spiega il regista Alessandro Talevi – , che rivive più volte in un anno con cast diversi, non sarà sempre la stessa, né dovrebbe! Ciascun cantante porta il proprio talento drammatico e la propria esperienza, nonché particolari qualità vocali e abilità tecniche. Per questo trovo molto utile riportare i cantanti al testo, alle motivazioni che stanno dietro alla sapiente architettura pucciniana, così da riscoprire la sincerità e la ragione di ogni azione drammatica in scena.”
Il XXXVIII Premio Abbiati è stato conferito, per la “miglior regia del 2018”, a Deborah Warner per la regia del Billy Budd di Benjamin Britten applaudito nel maggio scorso al Teatro dell’Opera di Roma. Anche quest’anno dunque il nome del Teatro ricorre nell’albo di questo ambito riconoscimento, dopo i premi andati a The Bassarids di H.W. Henze (2015) e al Benvenuto Cellini di Hector Berlioz (2016) e, lo scorso anno, a La Damnation de Faust (2017) ancora di Berlioz.
“Colgo quest’occasione – ha commentato il sovrintendente dell’Opera Carlo Fuortes – per ringraziare ancora una volta Deborah Warner per il suo splendido e appassionato lavoro nel nostro Teatro. Il suo Billy Budd resterà a lungo nella memoria del nostro pubblico. E proprio la prossima settimana lo spettacolo, che ha vinto lo scorso anno l’International Opera Award come migliore nuova produzione, sarà messo in scena alla Royal Opera House di Londra.”
Il Billy Budd con la regia di Deborah Warner è stata una coproduzione con il Teatro Real di Madrid e la Royal Opera House di Londra.
Torna in scena dall’8 al 13 giugno La Cenerentola di Rossini, nella versione di grande successo della stagione 2016 con la regia di Emma Dante, le scene di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le luci di Cristian Zucaro e i movimenti coreografici di Manuela Lo Sicco. Nel ruolo della protagonista Teresa Iervolino; con lei René Barbera (don Ramiro), Vito Priante (Dandini), Carlo Lepore (don Magnifico). Ispirata alle arti e all’immaginario che gravitano attorno al Pop Surrealism, dai cartoon ai tatuaggi, la Cenerentola di Emma Dante è una figura fragile le cui vicende familiari, un po’ grottesche e rocambolesche, raccontate dalla musica di Rossini dal ritmo serrato, diventano lo spunto per una riflessione sulla figura femminile. “La famiglia della Cenerentola è sicuramente grottesca, sui generis- spiega la regista. Non ci sono dei veri legami famigliari. Lei, Cenerentola-Angelina, è un’estranea sia per il patrigno, Don Magnifico, che per le sorellastre, Clorinda e Tisbe; e loro tengono a ribadire, tutte le volte, che lei non deve chiamarle sorelle. Quindi è una sorta di famiglia imposta, né Cenerentola sente famigliare queste tre figure. Sono degli estranei che vivono nella stessa casa. Inoltre le sorellastre litigano sempre tra loro, e sono sempre in atteggiamento di grande rivalità. Il padre vuole assolutamente accasarle per averne un vantaggio personale ed economico. Insomma è una famiglia abbastanza problematica. In più questi legami non sono di sangue perché, appunto, Cenerentola è figlia di un’altra madre. Ma soprattutto è una famiglia che all’interno nasconde una grande violenza, una grande prevaricazione sulla persona più debole che è lei, derubata di tutti i suoi averi e messa in un angolo a far da serva. C’è una prevaricazione molto forte, una grande cattiveria e perfidia. […] C’è una condizione di degrado della donna. Non so se Rossini e il librettista volessero esprimere anche questo. Sicuramente noi che riprendiamo oggi l’opera dobbiamo assolutamente fare i conti con la condizione di questa donna che viene comunque maltrattata, vessata, privata di tutti i suoi diritti, e soprattutto costretta a vivere in una condizione di grande disagio e alienazione. Per cui certamente può essere molto attuale, nel senso della povertà della donna e dell’impossibilità di poter esprimere la propria libertà. Cenerentola non è libera, è vittima di violenze domestiche e non riesce a liberarsene, tant’è che è necessario l’intervento di una specie di magia. Quindi c’è un riscatto. Ed è un riscatto sociale che ci riguarda.”
Arriva a Roma dal 14 al 20 aprile la più famosa delle operette: La vedova allegra di Franz Lehár, vista al Costanzi l’ultima volta nel 2007 (diretta da Daniel Oren, regia di Vincenzo Salemme). Questo nuovo allestimento, in coproduzione con La Fenice di Venezia, è diretto da Constantin Trinks al suo debutto all’Opera di Roma con la regia di Damiano Michieletto, le scene di Paolo Fantin, i costumi di Carla Teti, le luci di Alessandro Carletti e la coreografia di Chiara Vecchi. Michieletto sposta la vicenda della più celebre delle operette da una Parigi fine Ottocento e un immaginario Stato di Pontevedro agli sportelli di una piccola Banca di provincia e una sala da ballo dell’Italia del boom economico degli Anni ʼ50. Tutto ruota attorno al tema del denaro. A causa di una crisi di liquidità il direttore della Pontevedro Bank: il direttore, il barone Zeta, spinge Danilo, impiegato sfaticato e donnaiolo, a sposare la vedova Hanna Glawari per riportare credito alle casse della banca grazie alla ricca eredita della donna. In un turbinio di amori, tradimenti e gelosie tra equivoci e colpi di scena il regista rimane fedele alla vicenda del libretto attraverso un escamotage. A sipario abbassato l’impiegato di banca Njegus dà inizio alla storia con un tocco di polvere di stelle che spargerà poi su tutto lo spettacolo. Il sogno chiude il cerchio quando Danilo si addormenta nel suo ufficio e immagina le grisette risvegliato poi dalla realtà con i vertici della banca che lo richiamano al dovere: sposerà la vedova per salvare le sorti della Pontevedro Bank e permettendo a tutti di continuare a speculare allegramente.
Basata sulla commedia L’Attaché d’ambassade di Henri Meilhac del 1861, Die lustige Witwe debuttò al Theater an der Wien di Vienna il 30 dicembre 1905 sotto la guida dello stesso Franz Lehár (1870-1948). Il compositore austriaco di origine ungherese all’epoca ancora non aveva raggiunto il successo: la direzione del teatro, piuttosto scettica riguardo l’esito del nuovo spettacolo, consentì una messinscena fatta con pochi mezzi e accettò malvolentieri la richiesta da parte dell’autore di un organico orchestrale completo di arpa, glockenspiel e musicisti in scena, molto più ricco rispetto alla consuetudine del genere musicale. Il debutto riscosse un tiepido successo – tanto che rimase celebre la frase rivolta al compositore dai critici e dal teatro stesso al termine della recita: «non si offenda, questa non è musica». Col susseguirsi delle repliche il trionfo esplose e con esso la popolarità internazionale di Lehár. Oggi La vedova allegra è uno degli spettacoli più rappresentati al mondo e viene considerata l’operetta per antonomasia.
Il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, diretto dal maestro Roberto Gabbiani, celebra Gioachino Rossini con sei concerti nel Foyer del Teatro Costanzi, tra il mese di marzo e il mese di aprile. I sei concerti sono dedicati alle scuole, ma aperti anche al pubblico. Il programma prevede varie composizioni tratte dalla raccolta del Péchés de vieillesse, l’ironico titolo che Rossini stesso diede alle opere della sua produzione più tarda. Dirige il maestro Roberto Gabbiani, partecipa il basso Timofei Baranov, artista del progetto “Fabbrica” dell’Opera di Roma. Al pianoforte e all’organo suonerà Marco Forgione, all’harmonium Susanna Piermartiri, anche lei del progetto “Fabbrica”.
I biglietti, al costo di sei euro, sono in vendita presso la biglietteria dell’Opera di Roma.
Le date Tutti i concerti iniziano alle ore 12.00
giovedì 14 marzo martedì 19 marzo giovedì 21 marzo martedì 2 aprile martedì 16 aprile mercoledì 17 aprile
Ludovico Einaudi torna il 29 luglio a Caracalla nella stagione estiva 2019, due anni dopo il grande successo dell’Elements tour, che conquistò il pubblico delle antiche Terme romane. Tra le rovine risuoneranno le musiche del nuovo album, Seven Days Walking, suddiviso in sette episodi che verranno pubblicati a scadenza mensile (dal Day One fino al Day Seven). Ogni episodio è focalizzato su alcuni temi principali che ritornano in modo diverso: sette variazioni intorno a uno stesso percorso immaginario. O ancora, lo stesso itinerario percorso in sette momenti diversi. “L’idea mi è venuta mentre riascoltavo alcune registrazioni delle prime prove – spiega Ludovico Einaudi: ogni versione mi sembrava avere un suo carattere, con sfumature così distinte che non riuscivo a preferirne una piuttosto che un altra. Associavo il tutto al camminare, all’esperienza di fare e rifare gli stessi percorsi, ogni volta scoprendo nuovi dettagli. E così alla fine ho deciso di inglobarle tutte in un percorso di ascolto labirintico, un po’ come entrare nei meandri della creazione e vedere come un’idea musicale si può sviluppare in tante direzioni, cambiare ogni volta che viene eseguita, e cambiare ulteriormente nel momento in cui viene ascoltata.”
La stagione di Balletto 2018-19 del Teatro dell’Opera di Roma persegue l’intento di unire il rispetto della tradizione con il suo amore per il contemporaneo. Ce lo conferma un appuntamento come la Serata Philip Glass: la musica del compositore statunitense è il trait d’union dello spettacolo composto da tre balletti mai andati in scena prima d’ora all’Opera di Roma, tra cui una prima assoluta, firmati da altrettanti coreografi di fama internazionale: Benjamin Millepied, Jerome Robbins, Sébastien Bertaud. L’imperdibile trittico va in scena per cinque repliche dal 29 marzo al 2 aprile:
Hearts and Arrows di Benjamin Millepied, ballerino e coreografo francese di fama internazionale (anche grazie al film Il cigno nero con Natalie Portman), fa parte della trilogia Gems, rivisitazione del leggendario Jewels di George Balanchine (1967), entrambi commissionati dalla maison di gioielli Van Cleef & Arpels. Hearts and Arrows di Millepied corrisponde a Diamonds di Balanchine, ma non aspettatevi tulle bianchi tempestati di gemme né scarpe da punta. Balanchine evoca esplicitamente i diamanti, Millepied ne imita il modo di catturare la luce (“hearts and arrows” è un metodo usato dai gemmologi per stimare le qualità riflettenti del diamante, prende il nome dalle forme che le luci creano all’interno delle pietre). E Čajkovskij è sostituito dal ronzio del quartetto per archi n.3, “Mishima”, di Philip Glass. La visione delle pietre preziose di Millepied si esprime indirettamente, va oltre il lusso e l’ornamento. Hearts and Arrows è di per sé una “gemma del contemporaneo”.
Glass Pieces, di Jerome Robbins (1918-1998), il più grande tra i coreografi statunitensi. Nel 2018 il mondo della danza si è unito per celebrare il centenario della sua nascita. Nella Serata Philip Glass l’Opera di Roma rende omaggio a lui e al suo stile inconfondibile, che incorpora la danza postmoderna nel vocabolario del balletto tradizionale, con Glass Pieces. Robbins si lascia guidare dalle musiche di Glass (Rubric e Façades, dall’album Glassworks, ed estratti dall’opera Akhnaten) e le traduce in architettura fisica. Inizia con una semplice camminata, di persone normali in un giorno qualsiasi, per poi “costruire”. Il balletto diventa sempre più complesso e dinamico, una grande prova fisica per i danzatori; carico di una forte energia urbana, cattura il pulsare dei cuori nella vita metropolitana. Non c’è intento narrativo, è narrazione della dinamica. Alla fine di Glass Pieces si è sopraffatti da come musica e danza possano trasportare in regni così diversi.
Nuit Blanche è una nuova creazione, in prima assoluta, del giovane talento francese Sébastien Bertaud pensata appositamente per i ballerini del Teatro dell’Opera di Roma e per una coppia principale molto speciale, le étoile Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel. La creazione sarà impreziosita dai costumi firmati da Maria Grazia Chiuri, per la Maison Christian Dior. Sujet dell’Opéra di Parigi, Bertaud è tra i giovani talenti scelti da Benjamin Millepied per l’Académie chorégraphique de l’Opéra 2016-17 dove segue l’insegnamento di William Forsythe che lo sceglie come coreografo assistente.
Il Teatro dell’Opera indice una selezione per l’ammissione ai corsi della Scuola di Danza per l’anno scolastico 2019/2020. Con l’invio della domanda, è possibile partecipare all’esame di ammissione per ciascuno dei seguenti percorsi formativi:
Corsi professionali, dal 1° al 6°, fino a 17 anni Scarica il bando
Corso di Preparazione professionale coreutica (già Adeguamento coreutico), a partire dai 17 anni Scarica il bando
Corso di Fisiotecnica propedeutica alla danza, dagli 8 anni Scarica il bando